Softball nelle scuole: conviene?

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Riassumo una discussione che è nata con qualche collega a proposito del baseball/softball nelle Scuole.

Premetto che la mia esperienza in materia nella scuola italiana è limitata a iniziative specifiche di una Regione. Quindi, posso aver ricavato impressioni sbagliate e tratto conclusioni affrettate.

Devo dire però che quella Regione è la Lombardia, nella quale si trova il 20% degli studenti italiani. E che il baseball/softball scolastico nella Regione nel 2013 ha registrato la partecipazione alle fasi provinciali e regionali dei Giochi Studenteschi di 25 squadre, con 400 studenti in campo solo nelle fasi finali.

E’ un campioone non irrilevante.

Dibattito aperto, correzioni benvenute.

L’argomento era: a cosa serve, fare softball a scuola? A cosa serve a NOI, come movimento sportivo?

Non è “troppa fatica”? Non “costa troppo”? Non “rende troppo poco”?

Poiché siamo uno sport che in Italia ha un modesto numero di reclute, la risposta sembrerebbe ovvia: se sei una società di softball, nelle scuole “vai per cercarti le atlete”. “Sennò, dove le trovi?”

Questo approccio genera:

a) un lavoro immenso, eroico e benemerito. Chi lo fa e riesce a reclutare, bravo e buon per lui. Chi fa e non riesce a “trasformare” il lavoro in numeri agonistici, bravo lo stesso. Qualsiasi riserva io esprima nelle prossime righe, non cancella il fatto che la Società che manda i suoi tecnici nelle scuole fa del bene in termini assoluti, a tutti – vedremo perché;

b) un lavoro poco riconosciuto, poco aiutato dalla Scuola stessa (a questo sto lavorando ultimamente, e se avessi capelli ci metterei le mani…), appeso alla buona volontà di singoli insegnanti o direttori didattici, senza procedure chiare, e in un sistema educativo che palesemente considera lo sport come un peso o al massimo come una forma di terapia riabilitativa per gli effetti collaterali della sedentarietà (nonostante molti insegnanti siano invece ex-atleti e spesso tecnici, pienamente consapevoli dell’importanza educativa e formativa dello sport);

c) ma soprattutto genera un diffuso senso di frustrazione nelle Società sportive per lo scarso “ritorno” che la promozione nelle scuole genera, in termini di reclutamento.

Questa frustrazione, l’ho percepita in forme diverse: quella della Società di successo, che nelle Scuole non va perché “i bambini vengono al campo lo stesso, stanno meglio qui che a scuola, le maestre ce li portano” (avercene!); quella della Società appassionata e dedita, che fa e continuerà a fare, ma che lamenta gli ostacoli burocratici, la solitudine e la difficoltà di “guadagnare” atleti dal lavoro nelle Scuole; giù giù fino a chi non ha i tecnici da mandare nelle Scuole, o viene respinto da scuole sazie di calcio e pallavolo… o addirittura sazie di non fare nulla per lo sport.

Ora, questo era il punto critico della discussione.

L'”inutilità” di un lavoro “che non mi ha portato nemmeno le ragazze sufficienti a formare una squadra”.

C’è, secondo me, un equivoco.

Secondo me l’attività nelle scuole non serve solo, né principalmente, a reclutare giocatori.

Va fatta anche se non porta giocatori a breve termine. E nemmeno a medio.

Far praticare il baseball e softball nelle scuole serve solo marginalmente al reclutamento diretto.

Se dipendessimo da quello, se cioè fosse davvero necessario vedere 500 o 800 ragazze per avere poi in campo 8 giocatori e mezzo, sarebbe un’attività dispendiosa e inutile.

Le “giocatrici”, quelle che poi mandano avanti la squadra, arrivano principalmente per passaparola, sono sorelle e figlie di giocatori, amici, sono COMPAGNE DI SCUOLA di giocatrici e giocatori (ed eccoci al punto!).

Il punto è che se nelle scuole, negli oratori (e, mio pallino personale, nei parchi pubblici dove vedo giocare le figlie dei Filippini e dei Dominicani, dei Cubani e dei Salvadoregni) non si parla mai di baseball e softball,

se il gesto tecnico e il materiale del nostro sport non si vedono mai al di fuori dei campi, o si vedono solo alla tivù alle 11 di sera,

se nessun ragazzo o ragazza torna a casa da scuola dicendo “sai che esiste il baseball vicino a casa nostra?”, e “sai che la Giovanna che è in classe con me gioca davvero?”

oltre a non esserci reclute, non ci saranno ragazzi che vanno a VEDERE le partite, o che anche soltanto “pensano che forse potrebbero provare”, e che intanto magari si tirano una palla in cortile a scuola.

Andare nei Licei a fare una “demo” di 4 ore di softball o baseball, a cosa serve: a reclutare? No. Cosa recluti: giocatrici di 17 anni? Da formare tra i 17 e i 19 anni per farle poi giocare dove: in Under 21? O in prima squadra? Impensabile.

Serve a far sì che quando vedono passare un’immagine di softball alla tivù [sì, ciao… Magari…] o al cinema in compagnia delle amiche, sappiano cosa vedono, ne parlino. La sorellina di 10 anni si incuriosisce. Hanno due soldi in tasca e si comprano un guanto per sfizio (anche dar da vivere a chi vende materiale conta qualcosa, al punto di “sopravvivenza pura” al quale ci troviamo). O vanno a giocare in una squadra amatoriale… e dopo qualche anno te le ritrovi al corso Arbitri. O, ripeto, te le ritrovi anche solo sugli spalti di una partita. A finanziare una squadra con i loro consumi di salamella.

Questo “reclutamento”, che non è un reclutamento, serve a innaffiare il deserto che ci circonda. A agganciarci a una realtà che ci ignora.

Poiché non abbiamo soldi per “farci conoscere” con campagne pubblicitarie e di “marketing industriale”, come sogna qualcuno,

usare le risorse della Scuola (Corsi, Giochi Studenteschi) per far “passare parola”, per far esistere la parola “softball” fra le ragazze,

ha – al contrario di quanto sembra – un rapporto costi/benefici molto favorevole.

Perciò, lo scopo non è:

“vedere 30 ragazzine, scartare quelle irrimediabilmente imbranate, incassare il rifiuto di quelle brave che sono già state reclutate dal basket, fare carte false per portare al campo l’unica che è troppo scarsa o asociale per la pallacanestro, ma è troppo brava per languire i pomeriggi su un divano”,

bensì

“far giocare 30 ragazzine, farle tornare a casa tutte contente di aver provato  il softball, diventare il tecnico che gli insegnanti hanno voglia di rivedere – magari proprio perché non sei andato nella loro classe con l’atteggiamento del mercante di bestiame”.

[Per dissipare equivoci: io sono convinto che lo sport sia e debba essere meritocratico, che si giochi per vincere e per emergere. Non credo allo sport come “passatempo” egualitario, come “trastullo senza vincitori né vinti”, come psicoterapia o come fitness. Ma fra l’agonismo e la macelleria, la selezione dei vitelli da infilare nel tritacarne del pre-professionismo, c’è una differenza sostanziale. Inutile rimarcare quale sport in Italia approcci scuole e ragazzi sempre con atteggiamenti da “mercato del bestiame”. E inutile dire che questo sta provocando rifiuto e saturazione in genitori e insegnanti. Uno spazio che si apre per gli sport “minori”].

Certamente, quindi, anche, “pescare”.

Ma, prima di tutto, “pasturare” a lungo termine.

Non solo per creare “futuri giocatori”. Ma per creare “futuri tifosi”, “futuri sponsor”, “futuri amici”. Ché ne abbiamo bisogno, di amici e sponsor, quanto abbiamo bisogno di giocatori.

Un’altra domanda era sorta nella discussione:

Tutto questo, è abbastanza importante per pensare di farne un “obbligo” federale – analogo a quelli (spesso inosservati) di attività giovanile?

Sì, io penso che debba essere un obbligo.

Nei limiti ovviamente degli ostacoli che la Scuola oppone allo Sport.

Quando una Società ha dieci tecnici professionali, e un budget per giocatrici australiane e cinesi che equivale al PIL di qualche Provincia del Centro Italia,

allora ha anche senso pensare all'”obbligo” di mandare uno di loro al corso Educatori, e di fargli spendere due mattine la settimana nelle scuole.

Se invece si tratta di una Società di scarsi mezzi tecnici e economici, vale la considerazione reciproca:

un’attività seria e documentata nelle Scuole (o al campo, in età scolare – penso ai tornei Mini) deve poter essere valutata, con parametri adeguati, come contributo all’adempimento degli obblighi di attività giovanile.

Squadra di serie B (softball) che ha sì e no due tecnici di base a tempo parziale, e costoro trovano una mattina la settimana per andare nelle elementari? Sconti sugli obblighi, anche se ha sette ragazze e non riesce a disputare un campionato regolare.

All’opposto:

squadra di ISL con sei olimpioniche cinesi in roster: al di là del ferreo rispetto degli obblighi di attività agonistica giovanile,

obbligo di dedicare spazi, tempo e tecnici alla promozione nelle scuole.

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