Hal Skinner: la voce dei genitori

softballdad

“Alza il gomito!” “lascia passare la prima!” “Non abbassare la spalla!” “arbitro, non ci vedi?” Mi hanno insegnato che bisogna ascoltare quel che dicono i genitori e l’allenatore. E io ascoltavo. Anche quando non le parole non erano rivolte a me, le ascoltavo. Anche quando NON VOLEVO ascoltare, li sentivo chiari e forti. Quando un bambino sente una di quelle voci, NON PUÒ ignorarla

Hal Skinner, che è stato un giocatore di rilievo di rilievo di softball maschile ed è un tecnico di softball, ha scritto queste pagine su un tema che credo tutti sentiamo.

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Ho cominciato giovanissimo a praticare sport competitivi. Almeno uno dei miei genitori veniva sempre alla partita.

Ho imparato subito la terribile verità: la voce dei miei genitori dalle tribune aveva un impatto notevole sulla mia concentrazione in campo.

Sono stato allevato, come spero siano tutti i ragazzi, nell’idea che occorra ascoltare tutto quel che dicono i genitori. Lo stesso valeva per l’allenatore. Qualsiasi cosa detta da una di quelle tre voci autorevoli, la ascoltavo. Anche quando non le parole non erano rivolte a me, le ascoltavo. Anche quando NON VOLEVO ascoltare, li sentivo chiari e forti.

 Quando un bambino sente una di quelle voci, NON PUÒ ignorarla.

 Quando avevo nove anni e c’erano dieci persone sulle tribune, li sentivo. Interrompevano la mia concentrazione. Mi toglievano un po’ del divertimento del gioco. Qualche volta mi distraevano così tanto, che mi rovinavano completamente la partita.

Quando poi ho avuto 24 anni, e lungo ogni linea di foul c’erano MILLE persone che urlavano, io ancora “pescavo” quelle tre voci fra tutte le altre. E’ impossibile “cambiare canale” da quelle tre voci.

Ogni genitore vuole che suo figlio sia il migliore in ciò che fa. E i genitori vogliono essere lì, e mostrare il loro amore e il loro sostegno per il loro ragazzo, e i miei non facevano eccezione. Ogni ragazzo vuol rendere orgogliosi i suoi genitori, e io non facevo eccezione. E’ naturale che sia così, ed è particolarmente vero per i genitori dei ragazzi che fanno sport.

 A 9 anni mi resi conto che avevo un serio problema con i miei genitori. Dovevamo sederci e parlare di quanto le loro voci condizionassero le mie prestazioni.

E parlandone arrivammo a queste conclusioni: 

  • ci sono due tipi di persone in ogni evento sportivo: giocatori e non giocatori. Allenatori e arbitri appartengono alla categoria dei “giocatori”.
  • Un “giocatore” è chi partecipa attivamente al gioco. Gioca in campo, o arbitra, o dirige il gioco. 
  • Un “non giocatore”, un “tifoso”, è un osservatore che non partecipa al gioco. Non gioca, non arbitra, non dirige la partita. Il suo scopo è acclamare, sostenere, festeggiare la sua squadra e il suo atleta preferito.
  • I genitori sono PUBBLICO, appartengono quindi alla categoria dei “NON GIOCATORI“.
  • OGNI TENTATIVO DI UN “NON GIOCATORE”, INCLUSI I GENITORI, DI DIVENTARE UN GIOCATORE, DI PARTECIPARE ALLA PARTITA, È INACCETTABILE. E’ un principio di qualsiasi regolamento sportivo. Anzi è un principio di qualsiasi gioco, non solo dello sport competitivo.

 E invece: andavo nel box e il mio amorevole e solidale papà mi gridava qualcosa come “guarda la palla fino al contatto!”. Io già sono agitato quando vado a battere. Adesso mi tocca guardarlo e chiedermi se pensi che sono stupido: me lo ha già GRIDATO cinquanta volte, di guardare la palla fino al contatto! Mi spezzava la concentrazione.

E MAGARI l’imbarazzo fosse finito lì! Vado strike out. Sto tornando nel dugout, e ovviamente il papà deve consolarmi. “Andrà meglio la prossima volta, campione!”. Guardate, sarei stato meno imbarazzato se si fosse alzato a gridare “Oh, il mio bambino! Dev’essere in imbarazzo. Vieni qua che papà ti abbraccia e ti fa passare la bua”. Se eravamo fortunati, saremmo andati kappa tutti quanti tutte le volte, così solo tre di noi avrebbero dovuto sopportare quell’umiliazione pubblica in ciascun inning.

Cos’era accaduto? Che mio padre, una delle tre voci che non potevo ignorare, mi aveva appena dato istruzioni da allenatore. Aveva cambiato ruolo da tifoso a giocatore. Aveva interferito con la mia prestazione e con la mia concentrazione e probabilmente aveva compromesso con l’intera partita. Se fate questo, e la squadra di vostro figlio perde, QUESTO è esattamente ciò che vostro figlio penserà. Basta e avanza per guastargli il divertimento.

 Invece di concentrarsi sull’essere al meglio possibile un giocatore e un membro della squadra, tuo figlio deve fermarsi e cercare di recuperare la sua concentrazione e compostezza. Non è per questo scopo che si è iscritto alla squadra. E’ lì per giocare una partita e divertirsi a giocarla. Se deve costantemente preoccuparsi di fare bella figura con i suoi genitori, questo può crearli una pressione sufficiente a espellere qualsiasi divertimento dal gioco.

 Tutti i genitori vogliono dare consigli ai loro ragazzi, tutti vogliono istruirli; non deve MAI accadere mentre il ragazzo è in campo. Non verrà assolutamente recepito bene. Se è qualcosa che deve assolutamente essere detto, diteglielo al limite durante una pausa. Verrà recepito molto meglio. Ditelo tranquillamente e con un tono di voce positivo e di sostegno.

Non gridate mai dalle tribune con tono cupo, teso o addirittura arrabbiato.

 Quando un ragazzino arriva al punto in cui i genitori gli tolgono le rotelle di sostegno dalla bicicletta, per qualche tempo uno dei genitori continuerà a correre accanto a lui con le braccia tese pronte a sostenerlo se cade.

 La maggior parte dei genitori prova a fare lo stesso dalle tribune (qualcuno si improvvisa allenatore per farlo dal campo, ma questo è tema per un altro articolo).

 Ebbene, dovete capire che vostro figlio gioca, ha un suo ruolo specifico, in una squadra organizzata in uno sport competitivo, “come fanno i professionisti e gli adulti”: è una cosa molto “adulta” da fare, per un ragazzino.

 I genitori devono dare al loro ragazzo la possibilità di dimostrare che è CAPACE di farla. Non ci riuscirà mai se ha la sensazione che i suoi genitori siano lì accanto pronti a “brancarlo” se cade.

 E’ impossibile per un genitore non gridare questo genere di cose durante una partita di suo figlio. Se l’allenatore ha fatto bene il suo lavoro, il ragazzo però sa già cosa deve fare. Sa anche quando non sta facendo bene.

 Durante la partita, l’ULTIMA cosa che un ragazzo vuole sentire è: i suoi genitori che indicano pubblicamente ciò che non ha fatto bene. Serve solo a spargere sale sulle ferite. Un buon allenatore passerà in rassegna gli errori nel dugout o dopo la partita.

 Ogni adulto deve scegliere le parole e il tono di voce con molta attenzione durante la partita.

 Durante la partita è molto facile per un ragazzo percepire un adulto che grida, come un adulto che grida qualcosa A LUI. Nessun adulto dovrebbe gridare a un ragazzo in campo qualcosa che può umiliare quel ragazzo davanti ai suoi genitori. Questo può essere devastante per un ragazzo.

 Alcuni genitori non hanno ancora capito questo: se fai l’errore di gridare una… ahem… “critica costruttiva” al figlio di un altro genitore, non stupirti se quei genitori cominceranno a gridarti a loro volta “critiche costruttive”, o peggio.

 Ricorda, la tua voce comunque NON E’ una delle voci sulle quali quell’altro ragazzo è “sintonizzato”. Lascia che i genitori dell’altro ragazzo facciano i LORO errori.

Ma stai sicuro – questo è il problema – che ciò che hai gridato all’altro ragazzo è stato sentito dal TUO ragazzo. Che lo sentirà come fosse rivolto a lui, perché è gridato dalla voce che è abituato a ascoltare e a ubbidire.

Se un adulto maturo può sentirsi male per quelle parole, come pensi che le prenderà, e come pensi che si sentirà, un ragazzo giovane e impressionabile?

Grida di sostegno in generale, dirette all’intera squadra, piacciono sempre sia ai giocatori sia al pubblico. Un commento a un giocatore che ha appena fatto una bella azione, anche questo va bene. Ma quando i ragazzi sono in campo, LASCIA CHE A ALLENARE SIA L’ALLENATORE. E’ l’unica direzione che i ragazzi vogliono sentire mentre sono in campo.

 Devi essere il tifoso sostenitore di cui tuo figlio ha bisogno e che vuole che tu sia. Lui sa che sei lì, e sapendolo giocherà con tutto il cuore per renderti orgoglioso. Ma se gli ricordi con troppa insistenza che sei lì, non ci riuscirà.

 Ricorda sempre: tuo figlio si “sintonizzerà” sulla tua voce proprio perché hai fatto un buon lavoro come genitore.

 Adesso, fai bene il tuo lavoro di “Miglior Tifoso” di tuo figlio. Fai tutto ciò che è necessario per far sì che la partita sia per lui quanto più divertente è possibile.

 Alla prossima partita, pensa bene a cosa griderai dalle tribune.

 Se ti sembra che sia qualcosa che tuo figlio HA BISOGNO di sentire, è meglio che non la gridi.

 Se ti sembra qualcosa che tuo figlio VUOLE sentire, dacci dentro con tutta la voce, fatti sentire dal mondo intero.

 Se tu, come genitore, non rendi la partita divertente, il ragazzo mollerà. Abbandonerà. Si sentirà un perdente. Se non si diverte, non arriverà mai al punto di AMARE il gioco. E se non lo lasci arrivare a amare il gioco, non arriverà mai a dare il massimo in quello sport e a eccellere – che è ciò che desideri.

 Ho giocato per oltre 30 anni perché, quando ero un ragazzo, i miei genitori hanno reso il gioco per me divertente, e lo hanno mantenuto divertente. Sono arrivato a amare il gioco e a alla fine a farne una passione.

I miei genitori mi hanno fatto questo regalo, e io li ho ricambiati: ho continuato a giocare, sono un giocatore di softball fastpitch della serie “A” della ASA, ho diversi scudetti nazionali nel mio palmares, sono stato MVP a livello nazionale.

 Ne sono molto orgoglioso. Sono ancora più orgoglioso di dire che, con tutto questo, e proprio per questo, sono e sarò sempre il “caro bambino” dei miei genitori.

[Tutti i diritti riservati a Hal Skinner]

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