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Oltre l’equilibrio – 1

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L’essere umano NON tende all’equilibrio. NON agisce “per tornare alla stabilità”, “per eliminare tensioni”, né agisce soltanto “rispondendo a stimoli” che lo hanno mandato “fuori equilibrio”. Quello è un robot, un termostato, un citofono, non un essere umano. Tantomeno un atleta. Altrimenti non si spiega perché gli esseri umani cerchino con tanta passione attività che li “destabilizzano”, perché cerchino rischi e nuove frontiere.

A margine del commento di Fabio su “vince chi fa più errori?”

https://softballcoach.me/2012/10/30/vince-chi-fa-piu-errori/comment-page-1/

Quello sull’equilibrio è uno dei “capitoli” di un lavoro un po’ più ampio che vedremo in futuro.

La questione in ballo è: l’essere umano NON tende all’equilibrio, diversamente da quanto pensavano Pavlov e Skinner (e in generale la gran parte della psicologia contemporanea). NON agisce “per tornare alla stabilità”, “per eliminare tensioni”, né agisce soltanto “rispondendo a stimoli” che lo hanno mandato “fuori equilibrio”.

Quello è un robot, un termostato, un citofono, non un essere umano. Tantomeno un atleta.

Altrimenti non si spiega perché gli esseri umani cerchino con tanta passione attività che li “destabilizzano”, perché cerchino rischi e nuove frontiere.

E’ un discorso un po’ lungo, che però è essenziale, altrimenti continueremo a basare la teoria dell’allenamento su “stimolo e risposta” e sul “condizionamento”. Il “condizionamento” come concetto richiede che tu immagini un organismo al quale importi soprattutto risparmiare energia, semplificarsi la vita.

In quel caso, il miglior atleta sarebbe un’ameba.

Anzi, qualche scienziato dice che se davvero l’organismo fosse guidato dalla ricerca dell’omeostasi, l’evoluzione si sarebbe fermata all’ameba: chi meglio dell’ameba nasce, vive e muore “adattandosi all’ambiente”, senza eccessive specificità che la “costringano a sforzi per nutrirsi”, senza migrazioni, senza problemi di “smaltimento rifiuti”?

Un atleta è agli antipodi rispetto a un’ameba.

Nessuno più di un atleta è un “sistema aperto”, goloso, avido di interazione con la realtà esterna.

L’atleta si pone obiettivi che sono ben al di là della “ricerca della condizione”. Questo è anche l’abisso teorico fra sport e fitness.

La fitness, la ricerca dell’omeostasi perfetta, è funzionale a un organismo umano che serva solo da macchina per lavorare. Non a caso è figlia di una società meccanizzata.

Lo sport ha una componente di “tensione verso cose più alte”, di superamento dei propri limiti, che lo allontana radicalmente dal “benessere”.

Detta schiettamente: allenarsi NON “FA BENE”. Fare sport NON “FA BENE”.

Prima ancora di qualsiasi spiegazione teorica, basta l’esperienza di chiunque si sia allenato e abbia giocato per vincere. Dopo la vittoria – o la mancata vittoria – non “stai bene”. Se vuoi stare bene fai una sauna, un massaggio, una dieta: non ti fai quattordici inning in una giornata. Andare a battere otto volte, tornare a casa con due valida, una volata di sacrificio, un bunt, un bunt andato storto, un K e un out al volo, e aver vinto due partite, non fa “stare bene”. Preghi che la fatica ti faccia adormentare così non starai a pensare, sdraiato a occhi aperti nel buio, a come hai fatto a prendere quel K. O a rivivere lo swing della valida della vittoria. Altro che “scarico della tensione”!.

Vincere, o quantomeno dare la massima prestazione cercando di vincere, rende felici – ma non “rilassa”.

Motivazione e allenamento quindi devono individuare e alimentare ciò che spinge l’atleta a “destabilizzarsi”, e i modi in cui questo avviene.

E questo è un filone di ricerca che percorrerò e commenterò prossimamente.

Ma nell’immediato, e anche solo a scopo pratico, di semplice “miglioramento dell’equilibrio”,

l’uso del disequilibrio è allenante anche sulla base di un approccio tradizionale e “meccanicistico” all’organismo umano.

Corsa sulla trave, capriola, alzati, raccogli una palla, tira con precisione.

Alzati una palla ben sopra la testa, fai una giravolta, guarda su e prendi la palla al volo. Cambia direzione di rotazione.

Corri all’indietro, fermati, girati e ricevi un tiro, tira con precisione.

Passo incrociato esplosivo, passo dritto con cui recuperi l’equilibrio, immediatamente swing sul tee.

Eccetera.

Tutto questo avviene oggi (avviene da tempo), ma nella supposizione che “migliori l’equilibrio”.

Cosa succede però, invece, se la tensione dell’atleta verso la vittoria è una rottura dell’equilibrio?

Come alleni a SUPERARE la tendenza a ristabilire l’equilibrio?

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