Diventare grandi per diventare giovani.

cycle

Il radar di “radio coach” intercetta parole. “Seniores”? “Cambiamento”? “Paura”? “Tornare indietro”? “Andare avanti”? “Inadeguatezza”?

Torniamo ai fondamentali, alle basi, al significato elementare delle parole.

“Senior” non vuol dire altro che “più grande”, “adulto”.

Introdurre una squadra seniores dove non esisteva significa letteralmente “diventare adulti”.

Tutti, non solo i diretti interessati, perché una società sportiva, una comunità, non è una macchina i cui singoli meccanismi possano lavorare separatamente. Funzionando, guastandosi o venendo sostituiti senza che il resto della macchina lo percepisca.

E’ un organismo vivo, è una “organizzazione che impara”. Che accetta segnali dal mondo per adattarsi, e lancia segnali al mondo per conquistarlo, trovare cibo, acqua e spazio, compagni rifugio e sicurezza, e così, soltanto, sopravvivere. Segnali ai quali il mondo risponde con suoi segnali che ancora ti cambiano.

Nell’organismo vivente, una mano non è “una pinza”. Una mano, oltre a afferrare gli oggetti, vede, sente, scaccola, comunica, accarezza, schiaffeggia, riceve una stretta di amicizia o un “cinque”. E’ un organo che riceve e trasmette emozioni e informazioni, non un badile.

E quindi, una comunità “sente” complessivamente ciò che avviene a una sua parte.

“Sente” a tutti i livelli che…

… “diventa grande, adulta”,

… vuole diventare adulta,

… RISCHIA di diventare adulta,

… E’ MINACCIATA di diventare adulta.

“Minacciata”?!?

Sì, un po’ sì.

Perché diventare grandi, diventare adulti, non è facile.

Noi alleniamo adolescenti.

E l’adolescente, fra mille entusiasmi e positività, ha DUE timori, DUE paure, due ANSIE:

la paura maggiore, è DIVENTARE GRANDE.

Acquisire responsabilità, durezza, insensibilità, business, competitività. Dover azzannare il mondo. Restare soli a procacciarsi il cibo, la benzina, a darsi una direzione.

Ma la seconda maggiore paura, altrettanto forte, è… RESTARE PICCOLO, o TORNARE PICCOLO. Fallire, non riuscirci, e tornare indietro. Vedere gli altri avanzare e restare solo. Essere bocciato. Essere rifiutato dal gruppo che cresce.

E’ difficile, ansiogeno, diventare grandi. E’ impossibile ma anche odioso, vergognoso, tornare piccoli.

Non voglio deluderti. Aiutami. Ma non azzardarti a trattarmi come una bambina. Sono già adulta. No, aspetta, non COSI’ adulta.

E questo poi vale anche per chi, adulto, lo è già – allenatore, atleta maturo, dirigente:

due paure: “Non essere all’altezza, non prendermi un impegno che non saprò svolgere, non deludere, non fare danni”, ma anche “non voler tornare indietro, non voler essere sminuito, declassato, visto come inferiore, trattato come un principiante”.

Dalla recluta categoria “ragazze” all’allenatore, il passare del tempo e la transizione alimentano questa tensione.

Ho paura di andare avanti ma non posso tornare indietro.

Questa E’ l’adolescenza. La DEFINIZIONE di adolescenza.

Trattare questa “materia esplosiva” è il nostro mestiere.

E questa ambiguità, esiste anche nel contenuto specifico della sfida che stiamo affrontando:

guardiamo e definiamo cosa significa “diventare grandi”, o specificamente, tecnicamente, “adottare uno stile di lavoro seniores” in una squadra:

“DISCIPLINA”.

Ma cosa significa “disciplina”? “Discipulus” = allievo.

La disciplina non è altro che “l’atteggiamento di chi impara”. Occhi e orecchie aperti, corpo proteso verso chi insegna e verso il mondo che devi conoscere per viverci.

Disciplina non significa né “punizione” né regole “soffocanti”. Significa “sappi quello che fai”, “fai le cose in un modo che ti serva a impararle”, “non distrarti da ciò che ami, da cioè che vuoi fare e che vuoi essere”.

Ma allora… se la disciplina significa “tornare a imparare, anche ciò che credevi di sapere già”…

… non è forse come tornare bambini?

… fa diventare più VECCHI, o fa diventare più GIOVANI?

E collegato alla disciplina, in una squadra seniores c’è il ruolo molto più duro, direttivo, distaccato, dell’allenatore.

“AVERE UN LEADER PIU’ ESPERTO DI TE E SEGUIRLO, UBBIDENDOGLI”

E anche qui: non è forse una cosa che ci fa tornare bambini?

E cosa ti fa fare?

SUDORE, FATICA, FIATONE, QUALCHE LIVIDO E SBUCCIATURA.

Manco a farlo apposta: sono cose da adulto, o sono cose da bambino?

Curioso: per tornare a grattugiarmi le ginocchia come se fossi un bambino di 8 anni, devo passare dalla relativa approssimazione dello sport “giovanile” alla durezza dello sport “adulto”.

DUE persone ridono dopo una scivolata che ti scortica, e badano solo alla vittoria e non alla scorticata: il bambino, e il professionista.

BATTICUORE, ANSIA, RESPONSABILITA’

Già… non è più una scampagnata. Compagne da non deludere. Stare in panca settimane… Due uomini in base due giù siamo sotto di uno, tocca a me battere. Oppure: tocca a me lanciare. Oppure: quella batte su di me.

Ma allora… non abbiamo mai visto giocare un “mini”?!?

Nessuno è più serio, più concentrato, di un catcher di 5 anni.

Insomma:

“Diventare più vecchi” è anche “diventare più giovani”.

Paura?

Difficile?

Sì, nell’adolescenza, e in ogni età di TRANSIZIONE della nostra vita, fare queste due cose INSIEME è difficile.

Infine:

MA PROPRIO A ME?

MA PROPRIO QUI?

Ma non siamo qui per giocare? Perché ‘ste cose non le fa la scuola, l’università, la formazione professionale?

No.

“Queste rogne” deve prendersele proprio lo sport.

Chi conosce il motto olimpico, la frase che DeCoubertin volle cucita sulla bandiera olimpica?

“L’importante non è vincere, l’importante è partecipare”?

Macché. Cazzate. Questa frase DeCoubertin non l’ha mai inventata. Era di un prete, DeCoubertin l’ha citata una volta salutandolo, non era nemmeno formulata così, e non l’ha mai adottata come slogan.

Lo slogan olimpico è: “Di più”.

E’ sulle bandiere del CONI, basta guardare.

“Citius, altius, fortius”: “più veloce, più alto, più forte”.

Fare di più, essere di più, essere più grandi.

Andare oltre se stessi.

Crescere.

Sport = crescere

Sport = cambiare

Lo sport è l’arte di cambiare, di crescere, di adattarsi, di evolversi

“Allenare” non significa “dirigere” né “comandare” né “sorvegliare e punire”, nemmeno, in realtà, “educare o insegnare”.

Significa: spingere al cambiamento, al superamento.

Sbilanciare, sorprendere, e intanto indicare verso dove il cambiamento sta portando.

Per rassicurare.

Ma non ti rassicuro dicendoti che resterai bambino.

In un mondo (società, scuola, famiglia) che alleva Peter Pan in massa, se vuoi rincitrullire non guardare verso di me. Non chiedere all’allenatore di aiutarti a stare indietro.

Non è nella sua natura di atleta.

Ti rassicuro però dicendoti che in fondo al percorso che rende adulti, c’è un bambino più forte che continua a ringiovanire man mano che cresce.

Una Risposta a “Diventare grandi per diventare giovani.”

  1. Perdinci…Argomento complicato, parecchio complicato.

    Hai detto molto e molto hai lasciato capire.

    Forse, e dico forse, nella logica della crescita e del cambiamento il ruolo del coach è ancora più sfaccettato ed importante.

    A me piace definire l’allenatore come “l’aiutatore”: quello che ti aiuta, un pochino, che ti sostiene, un pochino, che ti sprona, un pochino, ma il resto ce lo devi mettere tu.

    Ma mi piace pensare che nello sport, nelle squadre, questa transizione, questo passaggio al livello superiore non dovrebbe essere così drastico o traumatico.

    Se le cadette vengono convocate (magari con l’amica del cuore e giocano davvero, quindi si fa la chiamata per partite dove si spera di poter impiegare le “rookie”) per giocare in under 21.
    Se le under vengono chiamate per giocare in prima squadra (stesse regole di “ingaggio” di cui sopra)
    Se tutti i tecnici condividono i metodi e ognuno è il coach dell’altro (io sono il manager della seniores e vado a fungare/aiutare nelle cadette..).
    Se tutte le ragazze conoscono e rispettano tutti gli allenatori (quindi non si parla male di quello là…).

    Allora, forse, tutto può sembrare più facile e non c’è nessun “mostro di fine livello”.

    Utopia?

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