Cosa significa vincere? – 1

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Non “come si fa a vincere?”, ma “cosa significa” vincere? A cosa serve? Cosa produce? Che conseguenze ha? Perché ci interessa? Ci interessa? Vincere, perdere: è parte integrante del gioco? L’idea che abbiamo della vittoria cambia il modo in cui giochiamo e il modo in cui ci alleniamo? E’ solo questione di maggiore o minore aggressività, o ci sono differenze qualitative fra diversi modi di vincere?

Da molto tempo sto lavorando su questo tema in un contesto molto diverso da quello sportivo, e molto meno gradevole e innocuo, qual è quello della scienza militare. In cui c’è molto meno spazio (anzi nessuno spazio) per errori ideologici. E quindi, si ragiona molto attentamente prima di agire. Sia a livello strategico o operazionale (dove in definitiva una guerra si può anche “pareggiare”) sia a livello tattico (un duello aereo), dove… non c’è medaglia d’argento. O torni a casa vincente, o non ci torni.

Se c’è il rischio di non tornare, perché ci vai?

Perché vai in guerra? A far che? Perché spendi soldi, vite, energia, libertà, benessere? Perché vai in guerra, se non puoi vincerla, o addirittura se non sai prima esattamente cosa vuoi vincere? Alcune menti molti brillanti [più la mia povera zucca confusa] ne stanno discutendo da anni, attraverso progetti come “Rethinking” e altri.

Guerra e sport non sono sovrapponibili: ma qualche idea può passare da un ambito all’altro e aiutare a ragionare. Usiamo nello sport tecniche di allenamento e materiali nati per vincere la guerra (dalle flessioni all’alluminio aeronautico delle mazze da softball), usiamo simboli, canti, immagini. Possiamo fare a meno di pensare anche alle IDEE che trasudano da un ambito all’altro?

Con una premessa: chi crede che i due mondi possano essere tenuti separati, ma in compenso pensa di poter mischiare sport e politica, sport e ideologia, è un folle ipocrita. Quando entrano in ballo cittadinanza e politica, ideologia e società… l’uso della forza è implicito. La necessità di analizzarla è ovvia.

A me quindi è evidente l’importanza di farsi la domanda “cosa significa vincere?”.

Cosa significa vincere una guerra: annientare gli avversari? Farla finita una volta per tutte con una situazione politica complessa, “semplificando” le cose attraverso la distruzione fisica del “problema”? Oppure convincere l’avversario delle tue ragioni? Costringere l’avversario a condividere le tue opinioni, il tuo sistema politico? Oppure convincerlo che non vale la pena usare la forza per affermare le sue opinioni? Fissare le regole del gioco in modo tale che il PROSSIMO scontro non avvenga, o avvenga alle tue condizioni?

L’umanità da tre secoli sta finalmente RAGIONANDO su queste domande. Questo non le ha impedito di darsi delle risposte profondamente sbagliate, in un arco che va fra i due estremi opposti della vigliaccheria e dello sterminio.

Queste risposte hanno condizionato la tattica (la condizioneranno anche nello sport? Credo di sì, e ne parlerò in dettaglio), in un arco che ha visto nei secoli alternarsi la follia dello “scontro frontale decisivo” propugnato da Clausewitz [un ideologo fallito sui campi di battaglia, ma adorato dalla manualistica per dirigenti aziendali e allenatori…] e al contrario le teorie sulla manovra, sulla “battaglia vinta senza combatterla”.

E nello sport – uno dei cui ruoli sociali importanti è il “gioco di guerra”, la sublimazione della lotta in condizioni civili e fisicamente innocue, ma simbolicamente energiche -,

cosa significa “vincere”?
Umiliare gli avversari? Zittirli? Mandarli a casa a capo chino?

Dimostrare che la mia tecnica è superiore?

Oppure dire che le nostre tecniche sono uguali, ma io sono superiore per forza morale? Mi alleno di più, ho più “coglioni”? Quindi: siamo atleti simili, ma io sono una persona migliore, un lavoratore, e loro sono molli?

Loro sono “meno veramente sportivi” di me?

Siamo sicuri che questo sia più “elegante” dell’ipotesi precedente?

Oppure: la nostra forza è uguale, la tecnica è simile, ma il mio manager è più intelligente, loro sono dei rozzi provinciali che pensano solo a girare il bastone?

Anche qui: lealtà sportiva? Snobismo?

Cosa ottengo quando ho vinto?

La conferma che i miei piani allenamento sono quelli giusti?

Il via libera per continuare applicare le stesse tecniche?

La conferma che c’è “l’acqua che si beve nella mia città” è migliore? Che c’è “qualcosa nell’aria”?

Che non ho niente da imparare?

Oppure: fisso lo standard da seguire per il mio sport al mio livello, inseguendo l’esempio dei vincitori ai livelli superiori.

E “vincere” allora è solo un altro modo per dire “eccellere, fare le cose al meglio”?

E “vittoria” significa “certificazione oggi, qui, adesso, provvisoriamente, che l’eccellenza del gesto tecnico e della strategia è questa”?

E, fissato così uno standard, domani lo sfidiamo di nuovo? Per superarlo?

[Attenzione: esistono, e sono SPASSOSE e TRISTI, anche tutte le varianti di quanto sopra, enunciate dai PERDENTI (non tutti gli sconfitti sono perdenti, non tutti i perdenti vengono sempre sconfitti). C’è chi perde “ma ha vinto moralmente”. C’è chi perde “perché io non massacro di allenamenti le mie ragazze”. C’è chi perde “perché loro sono inutilmente aggressivi”. C’è chi perde “perché loro hanno la forza bruta ma non hanno tecnica”. C’è chi perde perché “vincere non importa”. E c’è chi perde perché non si chiede nemmeno SE vincere importi o meno, e tantomeno PERCHE’. Tutte le “antipatiche” concezioni della vittoria che ho elencato prima, esistono e sono ancora più ridicole quando vengono enunciate dal perdente – e in questo caso è un “perdente”, non un “atleta sconfitto”, che si vanta del suo secondo o quinto o ottavo posto snobbando la vittoria e il vincitore].

A me importa vincere.

Gioco per vincere.

Ma mi chiedo: perché? Cosa accade se ci riesco? E cosa accade se NON ci riesco?

Cosa dice di ME e del mio lavoro?

E’ sufficiente dire che “importa il processo, non il risultato”?

Le MACCHINE sono “attente al processo, non al risultato”.

Un AUTOMA si preoccupa solo di “agire bene seguendo gli ordini”. Un UOMO agisce perché ha uno SCOPO.

L’uomo guarda al FINE di quel che fa, sempre. Quel fine condiziona il MODO in cui lo fa.

Quindi: “cosa significa vincere?” è come chiedersi “perché vado in campo?”.

E questo “perché” condiziona il “come”.

Nel prossimo post, comincerò à fare qualche ipotesi in proposito.

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