Cosa significa vincere? – 2

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“L’importante è vincere o partecipare?” Commenti su una frase fatta. Continuo la mia indagine su “cosa significa vincere?”. Intanto: il “motto olimpico di DeCoubertin”… NON è il motto olimpico, e NON è nemmeno di DeCoubertin.

Oggi sarò più prolisso del solito. Ma cercherò di arrivare a un punto fermo. Per essere più breve avrei dovuto fare troppe affermazioni arbitrarie o non spiegate. Per chi ha fretta, contano solo le ultime dieci righe.

Chiedi a chiunque quale sia il motto delle Olimpiadi moderne, e 99 persone su dieci risponderanno “l’importante non è vincere, ma partecipare“.

La frase è diventata un luogo comune, anche al di fuori dell’ambito sportivo. Si presume definisca il modo di pensare “olimpico”, “decoubertiniano”, cioè, generoso, altruista, concentrato “sulla qualità della vita e dell’esperienza”, più che sul risultato e sulla produzione.

Anzi, la “frase di DeCoubertin” si sente ormai anche e soprattutto nella sua versione radicale: “l’importante è partecipare, NON vincere“.

Dio mio… Questo è lo stato in cui è ridotta la nostra cultura generale, e la cultura sportiva in particolare. Qualcuno prima di me e meglio di me ha analizzato il caso e le conseguenze di una cultura che arrivi al punto di premiare chi PERDE una gara sportiva. Ma per restare su obiettivi più semplici: “importa partecipare, non vincere” è la frase più adatta per fare da motto, per ispirare lo sport dilettantistico giovanile, anche nella sua funzione educativa?

Allora.

Il primo problema è che è che il “motto olimpico di DeCoubertin”… NON è il motto olimpico, e NON è nemmeno di DeCoubertin.

DeCoubertin è stato correlato a quella frase UNA volta nella sua vita: in occasione delle Olimpiadi di Londra nel 1908, un Vescovo di Philadelphia, un certo Talbot, disse “l’importante non è vincere, ma partecipare CON SPIRITO VINCENTE”. Un giornalista chiese a DeCoubertin un commento sulla frase (ricordiamo che le Olimpiadi furono a lungo osteggiate in quanto “paganeggianti”), e DeCoubertin rispose che gradiva molto l’appoggio del Vescovo.

Fine della storia. Il resto, è ideologia. Quale, come e perché e con che effetti, vedremo.

Poi. DeCoubertin invece scelse una frase per simboleggiare lo spirito olimpico. E’ scritto sulle bandiere olimpiche. Basta leggere.

E dice “Citius Altius Fortius”. “Più veloce, più alto, più forte“.

Non parla né di partecipazione né di vittoria né di premi di consolazione. Parla di “andare oltre“, di “fare di più“.

Quindi l’Olimpiade verte innanzitutto intorno al superamento, al record [“Dal rituale al record” è il titolo di un bel libro sull’evoluzione dello spirito olimpico nei millenni].

E già il record e la vittoria non coincidono.

Come faccio, partendo da “più veloce più alto e più forte”, a rispondere alla mia domanda iniziale “cosa significa vincere?”.

Ci provo.

La questione è quel “più”. Più veloce, più alto, più forte, ma sostanzialmente “più”.

Lo hai mai sentito? Lo ha mai detto? Quante volte in ogni allenamento? “Di più”, “dài”, “dài, ancora cinque”, “stai più bassa!”, “su!”, “più su!”, “più veloci le mani!”…

Quel “più” ha cambiato accenno e sfumature, nei secoli, ma il suo significato sostanziale non cambia. 2500 anni fa voleva dire “più di chiunque altro atleta, quel giorno”.

Non c’erano record, non c’erano attrezzi di misura standard, nemmeno i “cento metri piani” (lo “stadio”) erano sempre della stessa lunghezza. L’importante era eccellere lì, quel giorno, in quella comunità, in quella tregua, in quell’anno, in quella situazione politica, in quella generazione. Acanto oggi ha corso più di Chione, Milone ha messo a terra Timasiteo. Bravi. Gli Dei sono appagati di tanta bellezza e virtù, la famiglia degli atleti vincenti ha confermato di essere fatta di bella gente degna di governare la città, ci vediamo fra quattro anni.

Delle precedenti edizioni resterà nella storia una statua dell’eroe, una poesia, NON il punteggio.

Passano i secoli, nasce una concezione scientifica del Mondo, l’Uomo moderno “si misura con le difficoltà” e “fa il bilancio della sua vita” o “della sua carriera sportiva”, noi capiamo il mondo paragonando, confrontando e misurando, tenendo registri, confrontando ieri e oggi, qui e là.

Fra una prestazione e l’altra c’è una continuità di dati paragonabili.

I millesimi di media battuta che ho guadagnato contro il lanciatore del Dimona valgono quanto quelli che ho perso contro il lanciatore del Gezer (eppure erano due giornate diverse, due esperienze soggettive diverse, mi importa molto più di Gezer che di Dimona, sia personalmente sia ai fini della classifica. I due fatti non sono paragonabili, le due misure sì).

E quando posso paragonarli, comincio a dire che questi sono più di quelli. Posso distrarmi dagli altri atleti e pensare a me stesso. Capire che ho corso più veloce di ieri. Che ho girato la mazza più velocemente. Che ho battuto più valide che nelle tre partite precedenti. Corso da casa a prima in due decimi di meno.

Più veloce. Più lontano.

Lo sport verte intorno a questo “più”.

Aggiungere, andare oltre, avanzare, estendere, migliorare, crescere.

Chiedere e ottenere da se stessi maggiore efficacia.
E ho detto “se stessi”.

Non ho (ancora) parlato di correre più veloce DELL’AVVERSARIO, o battere più forte e di più dell’avversario (o del compagno di squadra. Perché la competizione è anche questo).

L’essenziale dello sport è fare PIU’ di quello che so fare, fare PIU’ di quel che facevo ieri, ESSERE qualcosa di più di quel che la mia mente e il mio corpo sarebbero se non li coltivassi.

Se non mi sforzassi. Se non mi allenassi. Se quel che “so GIA’ fare” non lo migliorassi: stesso gesto, ma PIU’ svelto.

Se non mi trasformo, se non cambio, non è sport.

E’ magari fitness, è passeggiata, è animazione, è “Turn” [il concetto antiscientifico, prussiano, di attività fisica senza regole, estetizzante], campeggio, massaggio, ballo, ma non è sport.

E stare fermi non basta.

Senza lo sforzo e la voglia di essere e fare DI PIU’, mi sentirei DI MENO. Se l’allenamento è ripetitivo, se le mie prestazioni non migliorano, sento che qualcosa non va.

Se volere, cercare, desiderare il miglioramento è una sensazione costante, sono uno sportivo. Se girare in tondo mi mette a disagio, sono uno sportivo.

E qui nasce una domanda importante.

Per dire che oggi faccio PIU’ di ieri,

non solo devo fare, e non solo devo VALUTARE quello che faccio, misurarlo per paragonare oggi a ieri e a quando avevo otto anni o dodici.

Devo sapere IN CHE DIREZIONE voglio migliorare.

Cosa vuol dire “più”. Più, IN CHE SENSO?

Ci vuole un’unità di misura, e una pietra di paragone, per dire che oggi raccolgo palle a terra meglio di ieri.

Se misuro la crescita di un bambino, segno sullo stipite di una porta le tacche che indicano la sua altezza. Ma so cosa vuol dire “statura”. Conosco il punto di arrivo. Quindi conosco la direzione. Nota, universale, condivisa. Non è universale che il bambino a otto anni debba essere alto… tot centimetri. Ma è universale che debba essere più alto che a sei. O chiamerò il pediatra.

Ma se devo misurare se un bambino sta crescendo nel senso più profondo e più ampio del termine, il metro non basta. Posso usare modelli di comportamento.

Ma misurare il valore di una persona e la sua crescita è immensamente complicato. Direi che, per fortuna, è INFINITAMENTE complesso.

Il ribelle scostante può diventare un genio della matematica, il musone silenzioso guidare migliaia di uomini, il “senza qualità e senza ambizioni” può vivere una vita piena e serena e seminare intorno a sé stabilità e amicizia per ottant’anni.

Ma lo sport è un’attività specifica, limitata. Sta dentro regole e confini.

E dentro a questi limiti io posso valutare qualcosa di meno immenso e indefinito. Non “sono una persona migliore di un anno fa” (vattelapesca cosa significhi), ma “sono un atleta migliore oggi di un mese fa” (e questo, e la mia capacità e disponibilità a sottopormi a questa misura e addestramento, può magari dire qualcosa – non tutto – sulla persona che io sono complessivamente. Sulla mia pazienza, coraggio, determinazione).

E’ più facile, questa misurazione specifica, interna allo sport?

Mah…

Se devo misurare la velocità di un’atleta, o la velocità della dritta di una lanciatrice, basteranno strumenti di misura. Il cronometro o il test di Bosco o la pistola radar invece dello stipite della porta.

Ma come misuro l’efficacia di una curva o di un cambio? La maturità di una lanciatrice?

Come misuro la destrezza di un finto-bunt-finto-slash-bunt?

Come misuro il miglioramento di “guarda il corridore in tre tira in prima”?

Con le medie? Con la sabermetrica? mah… Ne abbiamo parlato in altra occasione.

Sono “più bravo” se batto le volate cinque metri più lontane? O se sostituisco interamente le volate con fucilate rasoterra? E se faccio meno battute e più tripli? O meno tripli e più contatti in campo opposto?

E cosa succede se da due mesi batto con consistenza siluri a 300 miglia nel guanto dell’interbase e vado out al volo perché gioco contro gente che ha tre anni più di me? La media dice che sono in regresso. Ma gli allenatori mi cercano.

Il “migliore atleta” non ha soltanto, e non migliora soltanto, vantaggi quantitativi specifici.

Non basta tirare la palla in prima più forte. Bisogna “esserci”, “essere dov’è la palla”, “leggere il gioco”, “esserci per i compagni”, eccetera.

Avere carattere. reggere i momenti difficili. Esaltare ogni minima occasione positiva. Avere culo.

Non basta poter dare di più: bisogna anche sapere e voler dare di più, e sapere quando è il momento per dare di più.

Come misuri tutto questo? Qual è l’unità di misura?

In che direzione avviene il miglioramento?

Qual è il “vettore”? Parte dal punto “dove sono oggi” e va verso… DOVE?

Usiamo come misura i risultati della gara?

L’atleta sta migliorando perché vince di più?

Uhm… sappiamo che spesso non è così. Non subito. Non in modo continuo.
Come sappiamo che un battitore “in slump” non è di per sé un battitore che sta “peggiorando”.

Di nuovo: per migliorare bisogna cambiare, e il cambiamento destabilizza. Luciana che lanciava pgl 0.0 in categoria Ragazze, i primi sei mesi cadette lancia 14. Due metri in più di pedana, ma anche lo sforzo di tirare cose nuove. Fine stagione tira 2.0 contro battitori che hanno quattro anni in più di quelle che incontrava un anno fa.

Stava migliorando o peggiorando? Migliorando. Cambiando.

Quindi: punteggio e sabermetrica non bastano.

Quindi, non posso misurare il miglioramento di un atleta solo da una finale all’altra.

Allora ho bisogno di una unità di misura QUALITATIVA.

Di una immagine del giocatore che voglio diventare.

Di una figura complessiva, ottimale, del gesto che voglio arrivare a compiere.

E di stabilire che quello è il mio punto di arrivo.“Sono progredito di qualche passo verso una girata del doppio gioco come quella che sarebbe per me ottimale”.

Mi serve un MODELLO, un CONCETTO del gesto “giusto”.

Con il quale paragonarmi. VERSO il quale migliorare.

E il modello non può essere creato astrattamente.Perché è il modello di un gesto umano, quindi complesso. Non è il modello di funzionamento di una macchina, segmentabile e scomponibile.

E’ un modello di integrazione e coordinazione.

E poi, anche un modello astratto andrebbe costruito partendo da dati reali, concreti. Le idee costruite partendo da altre idee, formalisticamente, per deduzione, senza mai riferimento e verifica reale, tendono a essere deliranti.

Anche ammesso che esista sulla Terra un singolo Specialista, Super-Allenatore o Ultra-Teorico, depositario di ogni Sapere sul softball, e capace quindi di integrare ogni fatto e idea in un Modello di Battuta o di lancio sopraffino e insuperabile.

Un simile modello astratto, anche se esistesse, non avrebbe credibilità e quindi non avrebbe nessuna utilità pratica perché non genererebbe EMULAZIONE, identificazione.

Non sarebbe di stimolo a atleti concreti per migliorarsi.

Perché nessuno si sforza per evolversi da “umano” a marziano”, sentendosi nel frattempo una merda inadeguata.

Occorre che il modello sia umano ma eccellente. Possibile ma difficile.

Non resta che una soluzione.

Prendere un atleta in carne ed ossa, o un’intera squadra, e sceglierli come modello.

Come tengono loro il guanto, è “come si tiene il guanto”.

Come girano loro la mazza, è “come si gira la mazza”.

Oggi, in questo mondo, in questa epoca. Con i materiali che hai a disposizione anche tu e con la nutrizione e l’erba e la cultura e società che hai anche tu. Gente che appartiene al tuo Pianeta, concreta.

Ma che a guardarla resti a bocca aperta.

Un modello concreto quindi provvisorio, limitato, che sarà superato fra qualche mese o anno, fragile, discutibile.

Ma, per adesso, insuperato.

Chi saranno quegli atleti?

I campioni. I migliori, selezionati attraverso le regole stesse dello sport che anch’io pratico o alleno.

I vincitori.
A quel punto sì, i vincitori. A quel punto sì guardo al RISULTATO, perché presumo che siano arrivati a completare la loro formazione e crescita (per quanto anche questo sia valido per quest’anno. L’anno prossimo, vedremo come evolveranno).

E copierò il loro PROCESSO, i loro metodi di allenamento, perché le loro vittorie avranno dato una credibilità CONDIVISA, quindi OGGETTIVA anche se non DEFINITIVA, alla loro qualità, alla qualità dei loro gesti e della loro tecnica.

E allora comincio a dare risposte alla mia domanda “cosa significa vincere?”.

Una prima risposta, una delle tante, è:

vincere ai massimi livelli serve a fornire un modello, uno standard verso cui l’intero sport tende (per poi superarlo),

e un metro con cui misurarsi per tutti coloro che lo stanno imparando, dal bambino di sei anni alla Cadetta alla rookie ai primi mesi di prima squadra al “fenomeno” di doppio A che ancora deve crescere verso la Grande Lega.

Che il campione giochi per vincere, che punti al massimo risultato, serve a garantire che il modello che rappresenta sia il più efficace per l’intera “catena” formativa dello sport, giù giù (su su?) fino al “mini”,

e che sia quindi il punto di riferimento che dà senso al “di più” olimpico.

Il fatto che il campione vinca, dà alla partecipazione di tutti gli altri al gioco una DIREZIONE evolutiva.

Senza vittoria, senza un CONCETTO di vittoria, senza la selezione attraverso la competizione – selezione non delle persone ma dei gesti tecnici, delle strategie, dei concetti – ,

l’insegnamento ai principianti perderebbe la propria bussola.

E allora arriviamo (in sintesi, ma tornerò sull’argomento) al resto della catena.

Lisa Fernandez gioca per vincere AFFINCHE’ Giacomina di 13 anni sappia come deve mettere il guanto sulla palla a terra un metro alla sua destra.

E Giacomina, perché mai dovrebbe “giocare per vincere”?
Perché la sua competizione e il suo impegno sono la base della piramide in cima alla quale sta Lisa Fernandez.

Perché Lisa è partita da lì, da quella base.

Perché la sua vittoria olimpica sull’Australia CERTIFICA la sua eccellenza, solo se lei è arrivata in cima alla piramide battendo sul campo gente che giocava alò meglio delle sue possibilità.

Perché c’è una CONTINUITA’, una COMUNITA’, con ovviamente differenti gradazioni di intensità, fra lo sforzo di Giacomina e quello di Lisa.

Che si legittimano a vicenda.

A qualsiasi livello, gioco per vincere perché, se io do il massimo, se io non sono pigra,

se io non dico “tanto sono qui solo per passare il sabato pomeriggio”,

se faccio passare un sabato difficile anche all’avversaria più forte di me,

se alla lanciatrice strapotente, inarrivabile, da 18 kappa consecutivi a partita, faccio fare 110 lanci perché le limo ogni palla a colpi di foulball,

se il corridore che arriva salvo in prima deve spingere contro la mia palla tirata dritta anziché camminare contro il mio wild throw,

se perdo combattendo con generosità,

cioè se gioco per vincere,

io contribuisco a garantire che il vincitore se lo sia meritato, e contribuisco a costruire la scala di valori in cima alla quale stanno i modelli che il mio allenatore può propormi.

Io, Giacomina, se gioco per vincere, che vinca o perda LEGITTIMO e ONORO il PROCESSO che costruisce il mio sport e il suo insegnamento.

Se tra i due, vince un mediocre perché all’avversario NON IMPORTAVA batterlo, questo processo viene minato alla base.

Lisa Fernandez quando gioca porta la responsabilità di ORIENTARE tecnicamente (e nei comportamenti… un discorso a parte) ANCHE lo sport giovanile.

Giacomina e il suo allenatore portano la responsabilità di ACCREDITARE, con il loro SFORZO (perché ancora di “risultati” è prematuro parlare) il processo che fa di Lisa Fernandez…

… Lisa Fernandez.

Dei suoi video didattici o dei suoi clinic, materiale che l’allenatore sa essere degno di studio.

Chi non gioca per vincere… svaluta tutto questo.

Chi snobba il vincitore. Chi esce dal campo, sconfitto, e sputa sul vincitore. Chi elogia se stesso per aver perso “ma avere comunque una superiorità morale su quei bifolchi aggressivi”.

Delegittima il punto di riferimento che dà SENSO al suo sforzo quotidiano per migliorare.

Usa il softball come fitness. Pilates. Animazione.

Oppure usa come modello tecnico qualche nostalgia della propria adolescenza.

Qualche luogo comune.

Qualche idea astratta.

Se non giochi per vincere significa che non ti importa nemmeno delle vittorie di Lisa Fernandez.

Che non ti importa della QUALITA’.

E se la qualità non importa, allora qualsiasi idea ne vale qualsiasi altra, qualsiasi comportamento ne vale qualsiasi altro.

Qualsiasi gesto va bene.

Ma dello spirito olimpico, di quel “di più”, allora non è rimasto nulla.

E lo sconfitto? E quello che vince senza merito, barando? E…? E…? E…?

Le prossime puntate.

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