Un bambino uccide bambini. Chi gliel’ha insegnato?

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Non c’entra apparentemente granché con il tema del mio blog, ma la strage di 20 bambini (nemmeno ragazzi. Nemmeno lontanamente e immaginariamente potenziali “rivali in amore”, “avversari politici”, “persecutori”… palesemente cuccioli inermi) di Newtown merita un commento dalla mia esperienza.

Rubo le parole al colonnello Dave Grossman, un maestro, uno dei maggiori esperti mondiali di psicologia militare, forse una delle persone più capaci di entrare nella mente di una vittima, di un assassino, di un soldato, di un poliziotto, di un civile esposto alla guerra.

I sui libri sono usati come manuali di prevenzione e riabilitazione dei traumi da violenza usati da istruttori, ospedali per veterani, polizie di tutto il mondo,

oltre a essere usati come manuali per imparare a fare e a sopportare il mestiere di uccidere.

E Grossman ha una certezza, alla quale dedica SEMPRE un capitolo nei suoi libri.

Sì, ha ragione vostra nonna: la violenza televisiva e nei videogiochi E’ la causa delle stragi commesse da ragazzi (bambini) nelle scuole.

Non è colpa della “Mitologia del West”, non è colpa della “cultura patriarcale”, non è colpa della “guerra nel Golfo” o del fatto che “lo zio è un veterano”, non è colpa del “poco amore dei genitori”, né del fatto che “papà ha un fucile da caccia”.

Tutte queste cose non portano all’uso sistematico di un’arma automatica per venti minuti su 20 persone diverse, guardandole cadere a terra senza mai smettere di sparare.

Che è una cosa che nemmeno un Marine riesce a fare con tanta freddezza.

Un soldato professionista il 99% delle volte vomita e si ferma dopo aver visto un altro essere umano cadere sotto i suoi colpi.

E parliamo di qualcuno che è addestrato e motivato, un adulto duro e carico come una molla, caricato della responsbailità di difendere il suo Paese o che aggredisce in nome di un potente ideale politico o religioso (per quanto distorto). Ha peli sullo stomaco, ha sopportato fatiche e umiliazioni per addestrarsi.

E ancora esita e si rivolta contro l’atto di uccidere!

Non è come al cinema.

Ora, se un bambino o un ragazzo NON ha la stessa inibizione, se davanti al primo sangue non si paralizza per l’orrore, se continua a prendere la mira freddamente, è perché qualcosa gliel’ha tolta, l’inibizione.

Quel “qualcosa”, che gli eserciti di tutto il mondo cercano di produrre nelle loro truppe scelte con addestramenti brutali e raffinati [e uno degli strumenti più raffinati SONO proprio i “videogiochi”], senza spesso riuscire a arrivare fino in fondo,

è l’ABITUDINE VISIVA al sangue, la RIPETIZIONE OSSESSIVA, QUOTIDIANA, della visione della violenza.

Non è una banalità, ragazze o educatori che leggete queste righe:

provare ogni giorno al “simulatore” (videogioco) l’uccisione ripetuta di esseri umani la spersonalizza, la rende facile, la rende PENSABILE senza reazioni di rivolta del corpo e della mente, ANESTETIZZA, separa il getso dalle sue conseguenze fisiche reali. Lo rende PENSABILE.

Rimugino una strage chiuso nella mia stanzetta: se vomitassi ogni volta che penso di uccidere qualcuno, dopo un po’ smetterei di pensarci. Se invece posso VISUALIZZARE imounemente la realizzazione della mia furia, posso continuare a coltivare il mio delirio, fino a quando la mia psicosi arriverà a realizzarlo.

So che potrà sembrare un appello da “anziano”, da “conservatore”, da “avversario delle nuove tecnologie”.

Ma non lo sono.

Non sono la Zia Guglielmina.

Non credo che “internet renda stupidi” né che “il telefonino trasformi le ragazzine in puttane” né che “l’mp3 tolga il senso estetico”,

ma SO PER CERTO (a chi vuole, fornisco bibliografia, documenti, se vuole esaperienza diretta) che i videogiochi violenti aiutano a uccidere e che esporre bambini e ragazzi a video, film, tivù violenti li rende più aggressivi.

Più TECNICAMENTE aggressivi. Più “bravi” a ammazzare.

Fatene a meno.

Vostro figlio che spara con la playstation in mano NON sta “acquisendo manualità e coordinazione”. Sta perdendo controllo sulle remore fisiche e psicologiche all’aggressione.

Ha carica aggressiva da sfogare?

Fategli fare sport, dove ogni azione ha conseguenze.

Nei videogiochi e alla tivù, la violenza non ha conseguenze. Nemmeno essere uccisi ha conseguenze: basta riavviare il gioco. O il robot, colpito, si rialza. O Batman, con la schiena spezzata, si raddrizza con un po’ di ginnastica.

Ma nello sport sbagliare ha conseguenze, comporta limiti.

In una rissa in cortile il naso sanguina.

Per pietà, mandate quei bambini a sanguinare dal naso in cortile, per una sberla data e ricevuta in una buona vecchia baruffa tra coetanei.

A imparare che la violenza ha un prezzo.

Fategli sapere che dopo aver fatto a cazzotti soffriranno.

Generazioni cresciute per secoli sbucciandosi le ginocchia in cortile, giocando ai soldati, NON facevano stragi nelle loro scuole. Una generazione che ha sostituito il fucile giocattolo con il videogame, lo fa.

Non affidateli, come se fosse una baby-sitter, a una macchina che gli insegna che dopo aver aperto il cranio di 20 persone, o dopo aver incassato una cannonata in faccia, ci si rialza, si contano i punti e si fa merenda.

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