Perché Giovannino non sa giocare – 1

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Ho rimandato a lungo l’inizio di questa serie di post, il cui titolo è ispirato alla serie di importanti e polemici libri americani iniziata con “Why Johnny can’t read?” e che continuò con “Why Johnny can’t tell Right from Wrong?”. Ma oggi ci finisco dentro, tirato per i capelli: mi tocca cominciare a parlare, “a braccio”, anche se avrei preferito distillare qualche commento più semplice e meditato.

In essi parlerò, in modo non sistematico, della profonda antipatia che ho per psicologi, pedagoghi, metodologi, e per il modo e la logica con cui funzionano (NON funzionano) le nostre scuole.

Molti problemi dei quali ci facciamo carico in quanto allenatori giovanili

(dal cercare di ricostruire a 13/14 anni schemi motori di base, che la ragazza dovrebbe possedere già da un decennio, al preoccuparci degli abbandoni sportivi quando gli abbandoni scolastici devastano le Università – e solo perché fino a 18 anni se abbandoni ti mandano i Carabinieri a casa a cercarti, altrimenti gli alunni scapperebbero anche dalle Elementari),

vanno letti appunto nel contesto del sistema educativo e della cultura in cui i ragazzi crescono.

Non possiamo dare questa cultura per SCONTATA, accettarla come un dato ineluttabile, e poi cercare di adattare lo sport a un contesto educativo SBAGLIATO.

Ecco, l’ho detto: la Scuola non funziona, e QUESTO è un importante motivo per cui lo sport NON funziona.

Noi allenatori abbiamo cento difetti e cento limiti, ma siamo tecnicamente e professionalmente due spanne sopra il medio insegnante di Italiano. Nei metodi, e nei contenuti.

L’occasione per qualche prima riflessione, mi viene da un post del solito Fabio Borselli, il quale mi fa da “sparring partner” su questo tema, proprio perché competente e appassionato nella sua ricerca sulla “psicologia dello sport” e sulle interazioni fra sport e educazione.

Questo è il posto di Fabio:

http://www.softballinside.com/blog/187/pericolo-drop-out

E questo è il commento che ho improvvisato.

E’ scritto di getto e poco meditato, ma servirà intanto a rompere il ghiaccio. Tonerò sul tema in modo più sc-sc-scientifico e ordinato.

esiste un problema di CONTESTO, al quale ho accennato in qualche mia precedente replica ai tuoi post.

Questo tuo post di oggi, fabio, è molto interessante.

Il “problema di contesto” è che l’immagine di sé e l’autostima, prima di essere misurate, premiate, coccolate, vanno create. Nei fatti. Attraverso la realtà.

E prima di creare la stima di sé, va creato un Sé degno di essere stimato (e su questo, i punti di vista divergono drasticamente, FRA psicologi, e tra gli psicologi e il resto del Pianeta).

Se l’educazione familiare, l’educazione prescolare e scolare, i media, il gruppo, i giocattoli, il pediatra, concorrono a enfatizzare un’immagine narcististica di sé che PRECEDE qualsiasi realizzazione oggettiva.

Se il premio arriva sempre e comunque per “lo sforzo”, e con contestualmente al raggiungimento di una meta (proporzionata, accessibile – quindi, “tarata” su un sforzo realistico), se la giornata e la crescita del bambino sono scandite da una sequenza di elogi programmati (e dal tabù delle correzioni), se il mondo gira intorno a un Re Bambino che resta tale ben al di là degli anni della prima infanzia, avanti negli anni delle prime responsabilità, se la competizione è un tabù nella vita, se il gioco è telematico e fisicamente isolato tranne nelle ore “regolamentate” dello sport organizzato…

Se, se, se…

Com‘è possibile che poi un ragazzo/a sopravviva alle 6/8 ore la settimana che trascorre in un contesto – quello dello sport – in cui la competizione avviene per forza, è implicita negli oggetti, nelle cose, nel gruppo?

Se Bimbo Mio è bellissimo anche se mangia le esse, anzi PERCHE’ le mangia, anche se tiene la penna come una zappa, anche se storpia le parole, anche se cammina a bocca aperta ciondolante, cosa farà quando una palletta rimbalzante rifiuterà di dirgli che è un fenomeno A PRESCINDERE?

Se la sua stima di sé è costruita dalla ripetizione ipnotica di elogi non basati su un compimento reale, che forza avrà il suo Io? Se un Io che agisce, fa e produce non è diverso da un Io che assiste alla propria crescita passivamente.

Se, per converso, appena appena questo Io dovesse manifestarsi, perché è un ragazzo/a capace che sa che una penna (una chitarra, una mazza) nelle proprie mani genera disegni e parole (battute, canzoni) ben fatti, se appena appena crede di essere CAPACE gli spiego che non deve orientarsi all’orgoglio per la sua riuscita, e che il suo Io va invece misurato sulle sue competenze socializzanti e di gruppo… Un volta che l’ho ben ridotto a un gregario, come posso immaginare che la competizione gli appaia come un elemento essenziale della propria vita? E la sconfitta solo come un elemento del gioco?

Ti preoccupi degli abbandoni sportivi: ma prova a confrontarli con gli abbandoni scolastici. Incrociamo qualche statistica sui fallimenti a scuola (anche se la scuola è così terrorizzata dai propri fallimenti, che ormai scende scende nei criteri affinché essi vengano nascosti) con le statistiche sui fallimenti sportivi.

La mia sensazione (e sono ironico: ci ho pensato a lungo, è tutt’altro che una vaga “sensazione”) è che in questa ricerca, e nella ricerca poi di rimedi, i primi che “licenzieremmo” sarebbero proprio i pedagogisti e gli psicologi dell’educazione.

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