Pugilato

 

Uno degli strumenti che mi piace usare nell’allenamento dei battitori, è il sacco da pugilato. Lo uso come complemento agli elastici legati alla mazza, per creare forza e raffinare il gesto.

Ha senso usarlo dall’età in cui… ha senso usare dei sovraccarichi sugli attrezzi per allenare la forza. Cadetta fisicamente formata, e su.

Uso un sacco da 40 chili (massimo!), appeso, perché abbia la massima mobilità in tutte le direzioni.

Il battitore fa uno swing lento, sciolto, e raggiunge il sacco dolcemente con un angolo “da mani dentro la palla”, da swing “inside out”.

E qui potrebbe terminare la presentazione, perché una volta che hai curato questo approccio alla battuta, una volta che la “leva” rappresentata dalla mazza entra nella “palla” rappresentata dal sacco in modo corretto e con un buon gesto,

tutto ciò che c’è da sapere sull’utilità di questo esercizio… è implicito. basta provare.

Ma proviamo invece a descriverlo, con una serie di esercizi successivi (partendo dall’atleta meno evoluto e meno allenato, e proseguendo).

1) primo passo: swing dolce, tocco il sacco con la mazza ancora arretrata di 10/15 gradi rispetto alla perpendicolare con il lancio, e provo a spingere leggermente. Con i polsi, con le mani, con i mitici “fianchi” (gambe), con i dorsali. Non più di 5/10 centimetri di spostamento del sacco, lentamente, senza farlo staccare dalla mazza. Valuto con attenzione come l’attrezzo risponde al mio gesto.

E devo mantenere una posizione corretta e efficace della mazza anche quando il sacco “spinge indietro”.

Anzi, lavoro con i fianchi e le mani per tenere la mazza nell’angolo di impatto migliore con la “palla”.

Lo sforzo non deve indurmi a cambiare postura, spingere con la testa e le spalle, ruotare o flettere i polsi.

Provare per credere.

Provare a occhi chiusi. Provare con filmato.

Un sacco di 30/40 chili, fermo, produce sulla mazza una spinta all’indietro analoga a quella di una palla dritta colpita in pieno, tirata da una cadetta avanzata o da una junior.

Tende a far emergere se sono propenso a flettere i polsi (poppone), a irrigidire le spalle, a sfilare via la mazza tirando la battuta, a sovraestendere il gomito destro.

Mantenere il punto di contatto con il sacco nello “sweet spot” della mazza evidenzia errori di posizione, debolezze fisiche, e – se ripeto e mantengo il gesto correttamente – allena la mia forza.

Ovviamente dovrò alternare brevissime sequenze di questo lavoro con swing veloci.

Ma questa prima fase è molto utile nella didattica, anche di atleta non evoluta.

2) il secondo passo (raccomando due/tre settimane di lavoro con il primo step, e vigilanza del coach sul gesto),

è: contatto dolce con il sacco, “esplodere” lentamente lo swing fino alla massima estensione (cioè, sempre senza perdere contatto con il sacco) – un po’ come farei con l’esercizio in cui la mazza è legata a un elastico fissato nella locazione del catcher, e devo passare dalla posizione di contatto all’estensione.

Sulla massima estensione, per qualche giorno arretro (anche in questo caso: tenendo bene l’angolo della mazza, ripercorrendo a ritroso il gesto tecnico, non lasciando che il sacco che spinge sulle mani mi” porti via”),

Io (propriocezione, sguardo) e il coach verifichiamo che il gesto resti corretto per tutta l’estensione e il ritorno,

poi TENGO ls posizione estesa per 10 secondi. Poi arretro “guidando” il sacco.

Errori di impostazione e limiti nella mia forza emergeranno vistosamente, potremo correggerli.

Inoltre: TENENDO la posizione emergeranno anche errori di equilibrio. Utile per il lavoro su piedi, gambe.

Idem nel “ritorno”.

Nell’atleta giovanile queste prime due fasi possono essere estremamente allenanti, fermandoci qui, e aggiungendo ripetizioni.

Ricordo sempre: ampie pause fra le spinte, e alternare questo esercizio con swing veloci, addirittura con bastone leggero.

3) nell’atleta più evoluto, o quantomeno con forza fisica sufficiente,

aggiungo una terza fase – attenzione, da effettuare con la stessa accuratezza e sensibilità al gesto (propriocezione o verifica del coach).

La mazza si appoggia dolcemente al sacco sempre “dentro la palla”, e da lì lo swing diventa esplosivo e stavolta SPOSTA il sacco, lo “lancia” staccandolo dalla mazza.

gambe e mani devono cooperare, la testa deve restare ferma, l’equilibrio (relativo) impeccabile.

Stiamo lavorando sulla forza massimale, con lo scopo di aumentare l’esplosività attraverso la palla.

Al ritorno lasciamo andare il sacco perché (in atleta molto forte) la mazza starà chiudendo il giro come in una vera battuta, e in atleta meno forte NON vogliamo memorizzare un gesto di “difesa” delle mani dall’impatto.

Anche qui: breve serie di movimenti molto esplosivi, pause adeguate (pieno recupero), alternare con swing veloci a secco.

Propriocezione, coscienza di sé, e istruzione precedente sullo swing “inside out” sono essenziali perché questo strumento serva.

Prima di usarlo, capire a cosa serve e saper “leggere” le difficoltà.

Invece: mettersi a picchiare come taglialegna contro il sacco (la mazza colpisce il sacco in velocità) servirebbe solo a memorizzare uno swing “soffocato” dall’impatto con la palla (invece che “lungo attraverso la palla” come lo vogliamo).

Soprattutto in atlete giovani, ho notato che la parte più interessante è il “contrasto” al ritorno del sacco.

Mostra molto chiaramente all’atleta, “al rallentatore”, come una mazza male impugnata, polsi e gomiti male impostati, non riescano a gestire il contatto.

Utile abbinare, per questo, anche con i frisbee.

In termini fisiologici, interessante il fatto che la muscolatura delle braccia lavori in contrazione eccentrica, enfatizzando l’estensione anziché il “richiamo” che porta alla battuta “tirata” e contratta.

Una Risposta a “Pugilato”

  1. Franco Ludovisi 12/03/2013 a 16:52

    Leggo solo ora l’articolo “Pugilato”.

    Premetto che ormai non mi interesso più, come coach, di baseball giocato se si escludono gli interventi che faccio ogni anno nella Scuola per la divulgazione del nostro sport: e le mie nozioni tecniche sono quelle apprese in una lunghissima vita nel baseball come giocatore ed allenatore, nozioni semmai all’avanguardia nel momento dell’apprendimento. I ricordi vengono rivissuti poi nella esposizione, senz’altro più attuale, di chi ancora pratica l’insegnamento vivo.

    E’ il caso delle tecniche da te illustrate nell’articolo citato prima.

    Eravamo agli inizi degli anni ottanta quando venne in Italia il coach di triplo A Benedict che portò una tecnica di allenamento alla battuta molto simile a quella illustrata da te. Lui si avvaleva di una pila di pneumatici fissati a terra, non di un sacco da pugilato: ed anche quando la pila di gomme venne sospesa ad un supporto aereo sempre rimasero i rigidi copertoni ad impattare con la mazza.

    Questa è la prima sostanziale differenza dal metodo che proponi tu, comunque molto simile a quello di Benedict.

    A seguire, Benedict proponeva un impatto forte sui copertoni rigidi con le braccia debitamente distese, i polsi correttamente posizionati, ma fermi, sempre indirizzati assieme alle braccia verso lo stesso punto di impatto lasciando alla diversa inclinazione della mazza la possibilità di colpire una palla bassa, centrale od alta. Per immaginare una palla lanciata interna od esterna il tecnico americano consigliava di aprire o chiudere la posizione di attesa sempre indirizzando verso lo stesso identico punto braccia e polsi coordinati con una apertura dei fianchi potente e un passo avanti del piede di passo e la torsione del piede posteriore.

    In questo modo il movimento di battuta rimaneva identico per ogni tipo di lancio: alto o basso, interno od esterno.

    Premetto che non sono mai stato un grande battitore e neppure un grande allenatore di battitori essendomi sempre applicato principalmente al lancio: questa tecnica non mi dispiaceva soprattutto per battere palle basse e centrali, mentre mi lasciava qualche dubbio sull’impatto con le palle alte che prevedeva una inclinazione della mazza non naturale o almeno meno naturale che nel caso si colpisse una palla bassa; per le palle interne od esterne veniva in aiuto per le prime un leggero movimento delle mani in avanti e verso il corpo, mentre per le palle esterne bastava aspettarsi sempre che il lanciatore ti avrebbe lanciato esterno e tu eri pronto a colpire detto lancio. Era facile, così facendo, adattarsi ad un lancio interno appunto col movimento delle braccia e polsi in avanti e dentro.

    La diversità con l’approccio che tu proponi – soprattutto per i giovani – è appunto la mancanza di approccio dolce al sacco che, nel caso di Benedict, poteva essere stato omesso poiché lui si rivolgeva a battitori già formati ed adulti.

    Bello comunque parlare di queste tecniche che credo non siano molto usate da noi: infatti, partito Benedict, sparirono anche le apparecchiature fatte per il nuovo tipo di allenamento.

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