Doping: Adrenalina e Endorfina – 2

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Seconda puntata su Lina e le sue cugine Adri e Dorfi, e sul Dottor House che dorme (e purtroppo ogni tanto si sveglia) in ogni coach “moderno”.

Tutti i problemi del mondo di oggi – dalla disoccupazione al catcher che buca le palle a terra – dipendono dal fatto che non c’è più rispetto per gli anziani. No, aspetta. Dal fatto che non ci sono più le stagioni. No? Dal fatto che la nostalgia non è più quella di una volta? Nemmeno. E allora?

Grandissima parte dei problemi del mondo moderno dipendono dal fatto che ciò che FACCIAMO è progredito più rapidamente del modo in cui PENSIAMO. Macchine e tecnica sono più rapidi dei nostri avanzamenti culturali. Singole scoperte scientifiche sono più rapide della cornice teorica che le guida. Le società sono più numerose, ricche, povere, e mobili di quanto sia rapido e articolato il cervello dei sociologi. Le armi sono più devastanti e veloci di quanto sia lungimirante e acuto il pensiero dei politici.

Risultato: abbiamo vite ricche, complesse, in cui abbiamo a che fare con mille merci, segnali, comunicazioni, responsabilità, il più povero di noi maneggia credito e debito per cifre che nel 1700 avrebbero dato l’insonnia a un Re,

ma usiamo schemi mentali fermi alla tecnologia di un secolo prima.

Siamo cervelli dell’800 alle prese con la realtà del 2013.

Già questo sarebbe complicato.

Il peggio è che camuffiamo questa deficienza di schemi mentali adeguati, con pseudo-scienza.

Ne ho già accennato nella puntata precedente, dedicata al “braccio di Lina”.

E quindi: diventiamo uomini del 1800, che cercano di usare bignamini della scienza del 1700 per maneggiare gli oggetti e i problemi del 2013.

Chiamiamo “depressione” il disagio emotivo più diffuso. Come se dipendesse da un “calo di pressione” nella caldaia. Chiamiamo “spinta” la scelta di agire: come se fossimo locomotive, e come se la “spinta” non fosse invece questione di scelta, decisione, gestione delle informazioni (priorità, valori).

La nebbia si infittisce.

Viviamo in una società meccanizzata, automatizzata.

Ci viene richiesto di essere efficienti, di tenere ritmi, di rispettare scadenze, di tenere il nostro posto in una catena.

Ci viene richiesto – o chiediamo a noi stessi – di essere ADATTI, PRONTI, ADEGUATI.

Elementi di un processo, che al corretto input rispondono con il corretto output in una direzione prescritta.

La “fitness” è diventata una religione, complementare al lavoro.

Fitness è “adattamento” fisico. Non è competizione, non è allenamento, non c’è gesto tecnico da apprendere, non c’è avversario, è manutenzione delle PARTI del corpo (mi siedo su una macchina, c’è un bel disegnino di un corpo umano con evidenziato IL muscolo, UNO, che quella macchina eserciterà).

E’ una catena di montaggio del giusto peso, del giusto battito cardiaco, della giusta circonferenza.

Sta soppiantando lo sport. I suoi obiettivi non sono più la gloria o il divertimento o il superamento o la crescita, ma “essere in linea”, “essere in forma”, essere “adatti”.

I campi sportivi sono sempre più vuoti, si sono riempite le palestre, le piste ciclabili e i parchi in cui correre.

Ti lamenti che “Decathlon non vende attrezzatura da baseball”? Ma ti sei accorto che Decathlon non vende attrezzatura da NIENTE? Che nessuno sport è effettivamente servito? Che “corsa” (intesa come attività di fitness, non agonistica), ginnastica, pesistica estetica, dominano i reparti?

Problema.

Perché tutto questo potrebbe MAGARI essere accettabile se FUNZIONASSE.

Ma non funziona.

La fitness non ci “adatta” affatto.

In realtà, la società e l’economia sono MOLTO meno “macchine” di quanto crediamo.

Sono complesse, non sono riducibili a equazioni lineari.

Gli eventi non sono prevedibili conoscendo all’inizio le variabili in gioco.

Viviamo in un mondo molto più “agonistico” di quanto vogliamo credere.

Che contiene molto più gioco, lotta, fortuna, abilità di fronteggiare il caos, di quanto vogliamo ammettere.

E lo affrontiamo facendo ricorso a discipline nate nell’Otttocento, quando gli intellettuali sognavano che il Progresso avrebbe creato un Mondo-macchina.

Ordinato, prevedibile.

In cui misurare i dettagli avrebbe portato a vedere chiaramente l’insieme.

Misurare l’inizio e conoscere i passaggi successivi avrebbe portato a conoscere la fine.

Psicologia, sociologia, econometria.

Sono “scienze” dell’Ottocento (se va bene).

Il nostro problema quindi è proprio adattare il corpo e la mente,

che NON sono fatti per una realtà lineare, meccanizzata,

a lavori, attività, rapporto gerarchici, test e esami scolastici, programmi di lavoro e educazione (e allenamento, e sport)

che invece seguono un modello meccanicistico.

Questo disorienta.

E Dio sa se la nostra cultura, letteratura, cinema, giornali, chiacchiere da bar non sono dedicati in gran parte a questo disorientamento (se va bene. la parte peggiore è quando sono dedicati a SOLUZIONI pseudo-razionali, economiche, psicologiche, politiche. La gente disorientata è un casino, ma quelli che SANNO come orientarla sono messi molto peggio).

Non si può leggere un articolo di giornale su scuola, sport, famiglia, lavoro, senza leggere entro la quinta riga le parole nervosismo [altro termine settecentesco], insoddisfazione, tensione, mancanza di obiettivi, mancanza di energia [e dài con la termodinamica…], spreco di risorse….

Questo produce fra le altre cose un massiccio ricorso alla chimica.

C’è una vasta industria dei farmaci e psicofarmaci per risolvere il “male di vivere”, ma quello sarebbe un tema troppo ampio.

E c’è un'”industria” della “chimica fai-da-te”.

Radicata nell’idea che il nostro corpo sia una macchina, che noi siamo un mucchietto di sostanze chimiche, che il pensiero SIA il cervello,

nasce un'”enciclopedia della chimica delle emozioni”.

E qui, dopo una divagazione, ci avviciniamo bruscamente e rapidamente al DIRETTO E CONCRETO AMBITO DEL NOSTRO LAVORO DI ALLENATORI,

sia che lavoriamo solo sul campo sia che ci interessiamo anche al CONTESTO in cui operiamo, reclutiamo, agiamo nella società (ruolo sociale dello sport, rapporti con la Scuola, pubblico che viene o no alle partite, Playstation che fa concorrenza al campo e alla palestra).

Ho il male di vivere, lo curo con “le endorfine della corsa di dieci chilometri”.

Ho la noia, la dimentico con l'”adrenalina” dell’esperienza eccezionale, stimolante.

(Sorvolo su chi la cura direttamente con la sbornia pesante, che NON ha, almeno, la pretesa di essere sport).

“Adrenalina” e “endorfina” sono diventate – se va bene, quando va bene – le metafore di due stati mentali e fisici,

e quando non va bene, davvero crediamo che esistano “la sostanza della quiete” e “la sostanza dell’eccitazione” – siamo regrediti di venti secoli, ai vagiti della scienza, altro che “modernità”,

che “curano” due facce del male di vivere.

Vedo la mia vita in un vicolo cieco, le cose non si muovono come vorrei, tutto mi fa ostacolo, tutto pesa, non guadagno abbastanza? Sono sottoposto a una gerarchia umiliante, meccanizzata, burocratizzata?

“Voglio adrenalina”.

“Voglio scattare, vedervi scattare, voglio azione. voglio emozione. Voglio sentirmi importante, attivo, vivo”.

Sono schizzato? Stressato? Incazzato? Vorrei distruggere la macchina che snocciola le mie giornate, le mie ore, i miei compiti? Vorrei bruciare la Banca cui pago il mutuo? Mi sveglio alle 3 di mattina e penso alle tasse, o allo stronzo del cliente che non paga?

“Guarda, è meglio che io vada a farmi una corsa: mi faccio il pieno di endorfine, così stanotte dormo”.

“Mi piace stancarmi. Mi stremo, mi drogo di fatica. Così ho due ore di pace familiare e sei ore di sonno tranquillo”.

Ciò che descrivo è… bizzarro? Mai sentito? Irriconoscibile?

O forse quadra con le parole che senti da un amico, da un collega, da te stesso?

Dove sta il problema?

Ha varie facce:

1) come tutte le droghe, anche “adrenalina” e “endorfina”… mentono.

Non solo i drogati (tutti i drogati, anche i drogati di “adrenalina” e “endorfina”), ma anche e proprio le DROGHE stesse mentono.

Il “benefico crollo da fatica” quando scendi dal tapis roulant, o quando rallenti il passo avvicinandoti alla macchina e prendi l’asciugamano dopo dieci chilometri, è un “up”.

In un’altra sede analizzerò il “down” da cosiddetta “endorfina”.

Il “down” da adrenalina…

… ragazzi, datemi retta.

Io ho dovuto imparare per motivi, ahimè, professionali cosa significa davvero l'”adrenalina”.

Esiste una malattia, detta (appunto) “cuore del soldato” (ne avrete sentito parlare con il nome di “Sindrome del Golfo”, qualche anno fa), che colpisce chi è soggetto a ripetute “overdose di adrenalina” (sto ultra-banalizzando).

Cambia il corpo. Cambia i rapporti tra cuore e organismo. I ritmi di vita. Cambia la mente.

E NON nella direzione di una maggiore “eccitazione”, “reattività”, “esplosività”

[E la cosa più interessante è questa: gli effetti della presunta “adrenalina”, di una presunta sostanza chimica, CAMBIANO a seconda che tu abbia vinto o perso la battaglia, ucciso un civile o un nemico, da vicino o da lontano, da solo o in compagnia. Cultura e politica, diritto e giustizia, ragione e pregiudizi razziali, modificano sostanzialmente il modo in cui una “sostanza chimica” agisce. Non è “chimica” nell’accezione ottocentesca, positivistica, del termine]

Ma la questione dei “postumi”, la lasciamo a un prossimo approfondimento.

Mi interessa un altro aspetto:

2) se anche volessimo cadere nella trappola riduzionista, nel credere che una sostanza chimica (reale o metaforica, con o senza virgolette) possa generare uno specifico stato d’animo e/o uno stato fisico in modo lineare

(“prendo” l'”adrenalina” o l'”endorfina” come se prendessi un antibiotico o il viagra. Ingoio la pillola si raddrizza Pippo… o l’anima),

cosa c’entrano queste due droghe con lo sport?

Sto “sbagliando doping”, anche ammesso che io accetti di usare il doping.

L'”adrenalina” è la “droga della fuga”.

L'”endorfina” è la “droga della resa”.

Parliamo di softball.

Voglio “adrenalina” nei miei giocatori?

Voglio il loro stomaco stretto?

Il loro battito cardiaco accelerato fino alla fascia in cui smettono di usare il pensiero razionale e conoscono solo UN fiotto di aggressione e poi l’esaustione?

Voglio che corrano dalla prima alla seconda come belve, per poi crollare sulla seconda incapaci di guardare verso la terza, verso casa?

Voglio che dopo un bunt ben eseguito abbiamo le tempie che pulsano, e si girino verso il suggeritore di prima sbavando?

O voglio che pensino come scacchisti, un passo alla volta ma sei passi avanti?

Lucidi?

Tranquilli?

Esenti da picchi e valli?

Non voglio forse che corrano pensando alla prossima volta?

Non voglio forse che il mio esterno corra verso la palla già calcolando a chi dove come perché tirare?

Voglio che faccia ogni gesto come se fosse l’ultimo, o come se fosse la base per il successivo?

Voglio che batta per morire, o che batta per correre in seconda?

Se voglio un giocatore e non un cane da guardia,

allora, io, l'”adrenalina”, non ce la voglio proprio, nel mio giocatore.

Voglio che nel box respiri lentamente.

Voglio che sappia correre senza alzare il battito cardiaco a mille. Che scatti perché vuole farlo.

Che NON azzanni l’arbitro per uno strike chiamato male. Voglio che USI l’arbitro, che lo manipoli fino alla palla “giusta”.

Allora…

Voglio che davanti a un choc NON faccia ricorso all’adrenalina, affatto.

Allora: in allenamento e in partita, lo porterò al “fiotto di adrenalina”?

Secondo me, no.

Ma pochi atleti chiedono questo.

Il pericolo è unilaterale, viene soprattutto da qualche allenatore che NON, ripeto NON, usa “i metodi dei marines”.

Un marine dedica il 90% del suo addestramento a tenere BASSA l'”adrenalina”.

Quando “ti abbandoni all’adrenalina”, ti spari nei piedi.

Se sei uno che “va su di giri” rapidamente e facilmente, fisicamente, il tuo posto, nei Marines, è fra i CUOCHI. In magazzino. Non dove puoi dare fuoco a qualcosa.

E in campo?

Sembri un sergente dei marines? Usi metafore sanguinose? “Spacchi” questo, “fai morire” quello?

Secondo me, hai bisogno di un periodo con i pre-baseball di sei anni o [vedi sotto] con l’Amatoriale, finché ti passa il bollore.

E intanto, studi la differenza fra “reattività” e “psicosi”.

Fra agire e agitarsi.

Fra reagire e “scappare in avanti”, che è pur sempre scappare (dalla realtà).

E l'”endorfina”?

Voglio portare il mio atleta alla “benefica stanchezza”, all’esaustione “che non fa nemmeno più sentire il dolore”?

Appartengo alla generazione che ha vissuto il “fungo blu”, o “mille funghi”. Terza base, da solo, 60 minuti di fungo addosso. Finché non cadi in ginocchio e prendi le palline da inginocchiato perché non stai più in piedi.

“Blu” sono gli stinchi, le braccia, il petto, dalle pallate che hai mancato.

Certamente, andavi a casa, soprattutto se opportunamente indottrinato, e se adeguatamente “in transfert” con l’allenatore,

“stanco ma felice”, “sazio di endorfina” [all’epoca non si diceva ancora “endorfina”].

Ti veniva voglia di chiedere ancora pallate sugli stinchi.

Ma imparavi a giocare?

E acquisivi reattività?

Mah…

E’ finita quando mi sono trovato davanti un allenatore che la mattina mi insegnava a pilotare un “trattore” che pesava come un condominio, e il pomeriggio mi allenava a questo nuovo sport che fino a quel momento credevo fosse “da donne”, con il battitore qua davanti a pochi passi metri invece che là in fondo, e che minacciava di decapitarmi, altro che “stinchi blu”…

E sia la mattina sia il pomeriggio mi spiegava:

Respira, ragiona.

Calcola. Prevedi. Prevedi che lui capisce che tu hai previsto e cambierà quello che fa per farti sbagliare previsione.

Muoviti sulla tua previsione ma anche sul tuo calcolo della sua possibile reazione.

Possibile, dopo 60 minuti di palle a terra mirate allo stinco? No.

Possibile, nello stato di stupefazione oppiacea della “benefica endorfina da maratoneta dilettante”?

No.

E ancora:

Quando dimentichi i guai della giornata, quando sei così stanco che non sai più dove sei, quando sei così cotto che la situazione ti sembra rosea, tira giù quelle mani da quel cazzo di mitragliatrice prima che tu faccia un disastro.

Quando sei felice anche se siamo sotto di tre punti, perché sei sul campo da sette ore e ormai ti importa solo dell’erba e del sole e pregusti la merenda…

… alza la mano ché ti tiro fuori e metto uno fresco.

Non mi serve un drogato in campo.

Non mi serve un giocatore che nel gesto tecnico cerca l’oblio ai guai della vita.

Non mi serve qualcuno che cerca la pace nel SONNO DA SVEGLIO, nella perdita di responsabilità, nella perdita di qualità.

Non mi serve nemmeno uno che voglia dormire la notte.

Mi serve uno che batta .330, e che stanotte stia sveglio a meditare sui due turni andati buchi.

Non che crolli perché la giornata è finita. Non è mai finita.

Uno che nelle pause ragiona. Che si concentra nello sforzo di usare quella parte del suo cervello che non è ancora “beneficamente stanca”.

Quella che ancora sente la responsabilità, l’obiettivo, lo scopo, la missione.

Che recupera dalla stanchezza, non che “si gode la stanchezza come un balsamo”.

Che allena la resistenza affinché la “benefica stanchezza” arrivi più tardi possibile.

Che vive il sonno e il riposo (anche il minuto di pausa fra due inning) come una pausa in vista del “dopo”,

non qualcuno che vede il sonno come la morte che mette fine all’infelicità, allo stress, alla tensione.

Uno che la tensione la gestisce senza addormentarsi.

Ne capisce le cause e la trasforma in scelta, decisione razionale.

Uno che dorme PER SVEGLIARSI, non che si strema per dormire.

Ho vissuto così tanta stanchezza, deprivazione del sonno, fatica,

e ci ho tanto ragionato, e ho tanto ascoltato chi professionalmente ha studiato

la rabbia
la stanchezza
l’accecamento

che quando sento una intera generazione di persone per bene che cerca la pace nell'”endorfina della mezza maratona”,

o cerca il senso della vita nell'”adrenalina”…

… penso che viviamo molto male in tempi molto complicati.

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