Il braccio di Lina, l’Adrenalina e l’Endorfina – 1

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Il braccio di Lina, l’Adrenalina e l’Endorfina – 1

Povera scienza. Povera medicina. Poveri noi! Meno libri leggiamo, meno sappiamo, meno esperienze concrete e varie e estreme viviamo, più stiamo chiusi nella nostra testa e davanti a un computer a ragionare di noi stessi con noi stessi e con simulacri elettronici di persone, più la nostra grammatica si atrofizza, e PIU’ compensiamo usando parole di cinque o sei sillabe dal suono vagamente scientifico.

Meno conosciamo per esperienza e studio il gesto tecnico del nostro sport, più parliamo come il Dottor House. Diagnosi fulminee, puntate dritte sul “gomito”, anzi sull’epicondilo, anzi sull'”estroflessione [?] dell’epicondilo”.

Stiamo seduti nove ore fra scuola compiti e facebook e ruzzle, poi andiamo al campo a allenarci. Cominciamo a correre, e le gambe si lamentano di un gesto ormai insolito. Non sento lo stupido “benessere” dell’immobilità, bensì la fatica, qualche tensione, un po’ di contrattura.

La chiamo “dolore” perché ormai chiamo “dolore” qualsiasi sensazione non equivalga allo stare sdraiata sul divano con una flebo di oppiacei elettronici (o da fitness) nel braccio.

Soluzione? Ovvia! FERMATI e “streccia il quadricipite femorale”! Mi raccomando, solo il quadricipite. Poi streccia i gemelli. Poi allunga questo, poi tira quello. Ma non così, un centimetro meno. Dodici secondi esatti: no, il preparatore ha detto trentacinque. Poi segmenta il potenziometro del legamento tirante del controfiletto mediale (con carciofi).

Alla fine, a mezz’ora dall’inizio dell’allenamento, possiamo finalmente correre.

La “macchina” è scaldata, lubrificata, tarata, meccanizzata.

Siamo riusciti a tenere in movimento il corpo mezz’ora in MENO al giorno. E vvvai!

[Disclaimer: Io uso con abbondanza sia lo stretching sia esercizi di “riscaldamento” sia – ahimè, colpevole! – terminologia scientifica. Uso il “noi” perché ho piena coscienza di esser immerso nelle dinamiche che descrivo e critico. Cerco solo di essere un uomo della mia epoca… ma nel modo meno imbecille possibile].

Ma il problema più grave non è che abbiamo perso mezz’ora, quando probabilmente correre in scioltezza lungo le basi o da pedana a casa, o camminare in fretta da primabase a primabase-bunt, fare gesti tranquilli ma dinamici, simulare senza esplosione partenze dalle basi, raccogliere palline ferme per terra e farle rotolare verso il coach, non solo ci avrebbe altrettanto preparato agli allunghi e agli scatti che non il rituale del “riscaldamento del diesel”, ma ci avrebbe dato anche mezz’ora in più di simulazione del gesto tecnico, nelle due ore scarse a disposizione.

Il problema più grave, profondissimo, è che abbiamo fatto CATTIVA SCIENZA.

Meglio niente scienza, che cattiva scienza.

Fra un selvaggio che raccoglie noci di cocco, e un selvaggio che infila un bastone in un sasso, fa finta che sia una radio, e fa “bip bip” con la bocca simulando di chiamare una spedizione di noci di cocco da una nave [i cosiddetti Culti del Cargo],

sopravvive quello che raccoglie le noci di cocco, non quello che “fa come i Bianchi”.

Certo, sopravvive meglio quello che ha una vera radio e veri rapporti commerciali.

Ma non ci si arriva infilando bastoni nei sassi e chiamandoli” radio”. Ci si arriva raccogliendo TANTO cocco sugli alberi, vendendolo e comprando una vera radio e un manuale d’uso.

Ma la VIA DI MEZZO, non funziona. La scorciatoia al sapere, non funziona. Anzi fa danni.

La ragazza ha sedici anni e non è capace di tirare.

Non “di tirare forte”. Non è proprio capace di tirare. “Le manca lo schema motorio di base” [wow! Ancora scienza!] del tiro.

Prende in mano la palla come una patata, ficca il gomito contro il fianco, spinge verso l’alto con il palmo della mano sotto e davanti alla palla [robe da contorsionista bulgara], poi dà uno strattone con la spalla, e infine, esausta ma lieta, tiene gli occhi e il dito puntati verso l’alto per ammirare il proiettile che va… in tribuna.

Ripeti venti volte, la spalla le fa male. “La spalla”, o “la schiena”, o “il collo”, o “il braccio”: non sa bene cosa come dove. Fatto sta che “fa male”.

Perché manca uno schema motorio di base che dovrebbe possedere da quando aveva tre massimo sei anni.

Cioè una successione di movimenti armoniosi CIASCUNO DEI QUALI COINVOLGA TUTTO IL CORPO (quando “carico” la palla uso le gambe per spostare il peso, quando chiudo il tiro uso la caviglia sinistra per mantenere l’equilibrio, se mi sono appena “sviluppata” e le tette mi ingombrano, esito a allungare il piccolo pettorale perché mi ballano le sise e ho tredici anni e la cosa mi imbarazza).

Se lo possiedo come schema complessivo, allora punto al RISULTATO e “ascolto” le eventuali anomalie e le correggo. Se NON lo possiedo, cerco disperatamente di mettere insieme pezzi di una “catena”, “segmenti di meccanismo”, visti come “leve” successive “tirate” da corde metalliche.

Ciascun movimento accelera e frena separatamente dagli altri. Nessun feedback dalla fine della “catena” al suo principio, e nei passaggi intermedi. Contraggo e estendo seccamente, poi devo frenare gli eccessi, lotto contro il mio stesso corpo. Penso spalla gomito polso e dita come stazioni che si danno il cambio via telegrafo, vagamente coordinate da un capostazione che abita altrove.

Certo, che “mi fa male qualcosa”. Tutto, mi farà male, un po’ alla volta.

Soluzioni?

“Le fa male la spalla, prima di farla tirare scaldiamola. E scaldiamo in particolare la spalla. Anzi, non facciamogliela proprio usare, così non si rompe”.

Allora, siccome non sa tirare, facciamo fare tre giri di campo lungo la rete (accadrà mai in partita? Mai. Mai!). Poi strecciamo il piriforme. Poi cassiamo la randa e tariamo il generatore d’inviluppi.

Poi cominciamo a tirare… “senza la spalla”. Gomito bloccato, “così si esercita il polso”, poi passeremo al resto. Piegando il gomito seziono la “catena cinetica” e “insegno” a tenere il gomito piegato e basso. Ottimo! Poi perderò ore cercando di non far tenere piegato e basso il gomito quando tirano. Geniale!

Bella idea, far lavorare il polso come se non fosse “attaccato” a un braccio che è “attaccato” alla spalla, no?

Quando poi tirerò, nel momento in cui “uso il polso” (cioè, dall’inizio alla fine del tiro, continuamente, anche se massima estensione e massima flessione sono soltanto temporanee), la spalla sarà coinvolta in ogni singolo “movimento del polso”. Stabilizzando, per esempio, il braccio quando sembra che “non stia facendo nulla”: e invece è uno dei momenti di massimo sforzo della “spalla” (dorso, collo, eccetera eccetera. C’è sempre un corpo attaccato a quel “pezzo” di cui parli!).

Ma non saprà cosa fare.

Perché è allenata solo a “fare il movimento della spalla”: quando ho “allenato/scaldato il polso”, l’avevo isolata.

Io uso male il polso, e mi fa male la spalla.

Chiedo lumi al manuale di allenamento scritto nel 1815, e siccome è scritto nell’epoca del VAPORE (in cui sotto il dominio della termodinamica nascono termini “scientifici” come “pressione”, “depressione”, “scarico”, “valvola”, eccetera),

quello mi dice di prendere la dannata donna ribelle e.. non “bruciarla”, che sarebbe medievale, ma “scaldarla” come un pezzo di metallo che diventerà allora più malleabile.

Come una pentola che avrà più energia se la scaldi.

Cioè: se “accumuli” energia, da “usare” poi per muovere quel corpo inerte, incapace, ignorante, e che si rompe perché ignorante?

(E se invece si rompesse perché “sa troppo”? perché sei allenatori diversi le hanno rifilato correzioni sbagliate per anni, cercando di “rimediare” a un deficit di coordinazione generale con la correzione di segmenti e dettagli, guardando il dito senza vedere la luna che il dito, pure, avrebbe chiaramente indicato?)

(se invece la spalla si rompesse perché qualcuno ha ripetuto per mesi “su la spalla, giù la spalla, dietro la spalla, apri la spalla”? Finché la spalla è diventata un OGGETTO da spostare faticosamente invece che.. parte di ME, che voglio tirare la palla?).

E se invece mettessi quella stessa giovane donna (la chiameremo Ubalda, in omaggio alla termodinamica dei sistemi chiusi? La chiamerò Lina: e NON è un diminutivo di Adrenalina o di Endorfina)

dicevo, se mettessi questo essere umano a…

… tirare?

Se le dessi un SCOPO, e la lasciassi in pace a tirare… “dritto esattamente in quel punto [guanto della compagna], perché questo è il gioco, il motivo per cui siamo qui”?

Se arrivasse al campo e raccogliesse da terra, camminando alla svelta, le palline del batting practice della categoria precedente, e le tirasse da due metri nel secchio? Invece che scalciarle verso una compagna che le mette nel secchio come se riempisse i sacchetti del supermercato?

Se corresse con una palla in mano tirandola da una mano all’altra? E non intorno ala rete, ma dal suo posto di seconda base verso la prima, poi verso la seconda, poi verso terza, memorizzando le distanze alle quali dovrà tirare in partita?

Se poi facesse qualche sottomano sulle basi (senza “bloccarle” polsi spalle o cosa)?

Se poi cominciasse semplicemente a tirare in prima e seconda, leggermente a arco, con un movimento ampio, “da esterno”,

NON per “scaldarsi”

NON per “prepararsi”,

ma per sindarsi e cercare risposte a un ritmo “da studio”,

5 tiri, di qualità (5 non di più sennò che noia, e che abitudine al tiro moscio…)

e poi subito via a tirare come si deve?

“Si rompe”?

Ah, sì? Si rompe il braccio, a tirare a dieci metri trenta volte, PERCHE’ non ha fatto PRIMA quaranta tiri solo con il polso o “senza i piedi” o “senza i fianchi” o “senza la cistifellea”?

Per “mancanza di calore”?

Davvero?

Detto dove? Letto dove? Scritto dove? Avallato da quale medico o scienziato?

Si rompe magari per SOVRACCARICO.

Falla tirare un’ora mentre non è abituata a tirare. Prosegui così tutti i giorni per tre mesi, ricomincia ogni allenamento da uno stato di “disallenamento affaticato”: si “romperà”.

Ma altrimenti, semplicemente si INDOLENZISCE per la NOVITA’ del gesto.

Rimedio?

Nessuno.

Si indolenzisce dopo trenta tiri? Pausa. Pausa attiva. Adesso sì, magari, stretching.

Togli la connessione fra “trenta tiri” e “indolenzimento”. Subito. Togli l’idea che “gesto uguale dolore”.

Non medicalizzare subito quell’indolenzimento. Sdrammatizzalo. Mettilo nel suo contesto.

Confrontalo con il suo SCOPO.

Cambia attività. Agisci in altro modo. Batti. Palle a terra. Usa quel braccio, in altro modo, altro ritmo, altri SCOPI.

Perché l’affaticamento, l’indolenzimento provocato dalla non-consuetudine con il gesto, diventa dolore solo con l’immobilità forzata e soprattutto con la DISINTEGRAZIONE delle percezioni.

Quando la leggera contrattura provoca dai ripetuti tiri viene SEPARATA DAL SUO SCOPO, quindi dalle regolazioni e direzioni che il corpo impone a se stesso quando agisce verso un scopo.

E resti lì con una “macchina smontata”: un agonista teso qui, un antagonista co-teso lì, senza più nessuno scopo (“l’allenamento è finito”), e senza che il corpo sappia verso dove orientare la tensione o l’allentamento della tensione.

Il braccio resta bello duro in attesa di istruzioni…

.. per una notte e mezza mattinata.

Il fanatico dello stretching e del “riscaldamento”, entusiasta di perdere mezz’ora in cerimonie propiziatorie contro gli infortuni prima dell’allenamento, FA poi stretching e defaticamento attivo? O gli brucia perdere quei dieci minuti alla fine dell’allenamento?

Non è che per caso la prima mezz’ora serve per “tenere nei ranghi” le ragazze, in fila a fare stretching, zitte, un simulacro di “gruppo compatto”,

ma se cercasse di imporre, a dieci minuti dalla fine dell’allenamento “adesso facciamo questo e quest’altro per defaticare”, non riuscirebbe a staccarle dalle rispettive routine?

Chi ha speso mezz’ora a “salire” sull’allenamento, FA esercizi “a scendere”?

INSEGNA che non è del tutto positivo andare a casa “beneficamente stanchi”, “belli distrutti”, “belli sudati ma contenti”?

[il titolo di questa serie è “Adrenalina e endorfina”: la prossima puntata sarà più esplicitamente dedicata al “piacere della stanchezza”, un flagello della società meccanizzata e nevrotica].

Perché “belli distrutti” significa che dopo dieci minuti di “benefica stanchezza”, e una bella mangiata, e crollando sul letto “belli esausti”,

domani affronterai gli sforzi della vita quotidiana con un corpo “in difesa”, contratto, teso…

… e che appena prenderai in mano un vocabolario ti sarai comprato il passaporto per l’epicondilite?

[Eccolo, il Dottor House che sta in agguato in ciascuno di noi… E aspetta: se “epicondilite” vi piace ma vi annoia, e se il “tutore per l’epicondilo” “stranamente non funziona”, provate a usare “epitrocleite”… Se non funziona nemmeno quello… facciamo una risonanza, potrebbe essere la Sindrome di Fenech-Clooney!!!].

CHI non “ha male al braccio perché ha tirato”?

CHI non ha bisogno di “diagnosi e chirurgia” per tirare?

CHI?

Chi fa macchine in palestra per bicipite, piccolo pettorale, dorsale?

O chi tutti i giorni raccoglie oggetti e li tira in vari modi? Li alza, li sposta, li rimette giù, li rialza, di nuovo li solleva e li tira?

Pere, mele, cassette della frutta? Palline da tennis, da ping pong? Maniglie delle porte (invece di spingere la porta con il gomito)?

Materassi, buste della spesa?

Poi arriva al campo e mentre va al campo visualizza “devo tirare dritto nel guanto”, pensa al gesto COMPLESSIVO del tiro come Al suo SCOPO della giornata?

E “tira” già in spogliatoio, tira il pacchetto di fazzoletti alla compagna, tira le chiavi dell’armadietto.

E sul campo comincia a tirare in quel modo quando passa una palla alla compagna per tirare,

senza uno STACCO pseudoscientifico fra i gesti della vita quotidiana e il gesto che dovrà compiere in partita,

ma semplicemente ADATTANDO il suo gesto al CONTESTO?

Cioè pensando “sono sul campo, qui si tira così?”

Fidandosi della capacità della sua mente di orientare il corpo a uno scopo?

Un corpo che si è “allenato” a tempo pieno nella vita quotidiana?

E può farlo solo se costantemente, quando pensa al tiro, pensa al gesto INTEGRALE del tiro?

Come a un gesto NORMALE.

Il “gesto del tiro sopramano è innaturale”?!? Ma da quando? Il tiro sopramano è uno schema di base, istintivo, collaudato nei millenni.

E’ “innaturale, traumatico” il sovraccarico estremo del gesto, la quantità esasperata, l’improvviso e anomalo sovraccarico, la distorsione dello schema di base ai fini della prestazione (lanciatori di baseball, effetti, palle sovrapesate usate in modo errato),

e soprattutto NON FARE IL GESTO e poi pretendere di improvvisarlo.

Chi ha più chance di tirare bene e in sicurezza: chi tira, o chi NON tira mai?

Chi orienta integralmente il suo pensiero al tiro, o chi lo orienta alla propedeutica, alla prevenzione, alla paura, al possibile fallimento, al tutore (in senso pedagogico o ortopedico), al “dopo farò, adesso devo prepararmi a fare, non posso ancora fare, non sono pronta, e dio sa cosa succederà quando farò”?

Chi si farà male: il “paziente dell’ortopedico” o “lo scugnizzo che spacca vetri a sassate”?

Se penso al tiro come un gesto PERICOLOSO, ECCEZIONALE, TRAUMATICO, che posso fare “solo se prima mi sono scaldata”,

se affronto il gesto del tiro come un’ordalia,

se “entro” nel tiro come se entrassi nell’acqua gelida o bollente (sempre a proposito di termodinamica dei sistemi chiusi [adoro le parole di cinque sillabe!!!]),

tutta tesa e guardinga,

ho più probabilità di “strappare” un gesto anomalo.

Quello sì, potenzialmente distruttivo.

Quindi:

scendo dall’autobus, entro in campo, mi metto a casa base, e tiro sassate all’esterno destro?

No.

Ma.

Ma.

Faccio mezz’ora di rituali scaramantici pseudomedici, medito sulla cuffia dei rotatori, prego Dio che non mi si frantumi l’estensore del medio, rimando rimando rimando il momento in cui accadrà questa cosa tremenda, apocalittica, traumatica: tirare una sassata a dieci metri?

No. No. No. No. No.

No.

Dopo dieci minuti di attività fisica, sufficiente a far capire a me stessa che sono sul campo, in cui maneggio la palla SUBITO con gesti legati al fondamentale del tiro,

DECIDO di tirare.

Non SMONTO il gesto per “prepararmi”, ma casomai lo faccio da distanze non subito esasperate.

Ma nemnmeno da tre metri, perché da tre metri lo SEZIONEREI.

Tiro lungo subito?

Perché no?

Visto che istintivamente il tiro lungo viene effettuato con gesti più ampi, braccio e gambe più distesi, meno fretta?

Fine della puntata.

Ma non fine della discussione.

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