Cosa significa perdere – 1

“La percezione soggettiva della sconfitta dipende dalla formulazione delgi obiettivi e dalla motivazione.

Per quanto riguarda gli obiettivi, l’atleta dovrebbe essere in grado di formulare una pianificazione degli obiettivi a breve, medio e lungo termine, obiettivi che siano difficili ma raggiungibili, sfidanti, si dovrebbe potere visualizzarli, immaginarli nel momento in cui si raggiungono gli obiettivi.

Può capitare che ci siano delle difficoltà nel raggiungere questi obiettivi e qualche volta l’atleta può considerare il non raggiungimento di un obiettivo prefissato come una sconfitta personale.

Ma nello sport si mettono in conto le sconfitte, servono a farti fermare, riflettere, fare il punto della situazione, osservare, valutare, capire cosa c’è stato di utile, di importante nella prestazione eseguita e su cosa, invece, bisogna lavorare, cosa si può migliorare.

Quindi, tutto sommato, la sconfitta potrebbe servire per fare una valutazione dell proprie risorse, punti di forza e, al contempo, delle criticità.

L’altro aspetto di cui accennavo all’inizio è la motivazione:

se un atleta è fortemente motivato nel voler praticare il suo sport che comporta lavori, sacrifici, rinunce, affronterà le sconfitte a testa alta, complimentandosi con se stesso per quello di buono che è riuscito a fare finora, complementandosi con l’avversario per la bravura dimostrata in quell’occasione, anche perché prima o poi lo trovi uno più forte o che comunque riesce a batterti.

DIVERSAMENTE ACCADE PER I CAMPIONI che hanno estremo bisogno, estrema necessità di confermarsi campioni, quando si raggiunge una notorietà molto elevata, eccessiva, si rischia di attrarre l’interesse non solo della vita sportiva dell’atleta ma dell’intera vita privata, e questo se all’inizio può essere piacevole per il piacere di essere riconosciuti, contattati, alla lunga può produrre stress, nervosismo, deconcentrazione, fino alla distrazione disfunzionale dall’attività sportiva praticata.

L’ATLETA È TENTATO A RILASSARSI TROPPO, A NON INVESTIRE PROFICUAMENTE NELLO SPORT, E QUESTO VA A DISCAPITO DELLLA PERFORMANCE CHE RICHIEDE UN INVESTIMENTO NOTEVOLE.

In questi casi L’ATLETA CAMPIONE È TENTATO A DISTRARSI perché cambia la motivazione, CONOSCE IL PIACERE DELLA NOTORIETÀ SENZA FATICARE, MA LA GENTE SI INTERESSA A LUI PER IL SOLO FATTO DI ESSERE STATO CAMPIONE E CIÒ PUÒ PORTARE A UNA REALE FINE CARRIERA.

Ciò che distingue un campione da un atleta comune è la resilienza, il cui significato è: “mi piego ma non mi spezzo”, che sta a significare che il vero campione esce fuori dalle sconfitte con più voglia riscattarsi, di far meglio, di migliorare gli aspetti, le aree in cui ha mostrato carenza.

Chi è resiliente, infatti, non si lascia abbattere da una sconfitta ma ne esce rafforzato, analizza i suoi errori e trova le giuste soluzioni per tornare a vincere.

È grazie a questa dote del carattere che si diventa campioni: alcuni ci nascono altrimenti la si può sempre coltivare.

Il concetto di resilienza è presente anche nelle persone che subiscono traumi, quelli che possiedono questa caratteristica non vanno incontro a stress acuti, o disturbi post traumatici di stress, ma ne escono più forti, con un valore aggiunto.

Lo sportivo non è solo, è circondato dall’allenatore che:

1) conosce le sue potenzialità, i suoi punti di forza e di debolezza,
2) costruisce con l’atleta un progetto di obiettivi raggiungibili, stimolanti, da rivalutare all’occasione,
3) dà feedback,
4) spiega le sedute di allenamento, l’importanza del gesto sportivo, il significato,
5) racconta aneddoti, fa parte della storia sportiva dell’atleta, condivide momenti di gioia e sofferenza, di vincite e di sconfitte,
6) è disposto ad ammettere di aver sopravvalutato o di aver sottovalutato”.

[dott. M. Simone, “Psicologia dello sport e dell’esercizio fisico”]

Nota a piè di pagina:

Se per tutta la vita, per quanto ancora giovane, non ho mai FATICATO per avere un risultato, anzi non ho mai faticato per avere nulla,

se non ho mai aspettato uno, due, tre anni per una vittoria “che sento mia”,

se basta presentarmi alla partita per avere un posto di titolare, non importa quanto mi sono allenato e con quale dedizione,

se sono lanciatore catcher o interbase o esternodestro “per eredità familiare”,

o se mi aspetto che qualcun altro se ne resti all’esternodestro per lasciare spazio a me in diamante,

se mamma mi “compra” il corso di softball o di pianoforte o di danza, e si aspetta che IN CAMBIO DEL SUO PAGAMENTO e della mia FREQUENZA AL CORSO, e non IN CAMBIO DELLE MIE PRESTAZIONI o QUANTOMENO DEL MIO SFORZO, la partita sia un evento divertente,

cosa può succedere?

Una cosa paradossale ma, se ci pensate, OVVIA:

che la “sindrome del campione”, che si aspetta la vittoria come un diritto, al punto da non fare nulla per ottenerla, descritta qui sopra dal dott. Simone,

colpisce una ragazzina, o due, o sette, o diciotto, prima ancora che sia diventata una vera atleta, tantomeno una campionessa.

Il principiante con la sindrome del campione? E’ il colmo.

Ma in un Paese e in una cultura che non premiano la fatica, non mi stupisce che si verifichi.

[Un risvolto? Il pubblico, o le compagne, che “tifano”, che alzano la voce, solo quando arriva il risultato. O quando sbagli. Invece che sostenerti CONTINUAMENTE durante tutto lo sforzo.

LO so: “si fa fatica” a cantare e gridare per due ore. Lo dite a me, che ieri sera ho ripreso con il cortisone per la tracheite con cui sto pagando questa stagione?]

Qual è la cura per questa “sindrome del principiante canmpione”?

Sputare i polmoni sul campo, farsi un’idea di cosa significa lavorare, imparare, crescere.

Perché se niente altro avrete imparato dal softball che vi sia poi utile nella vita, QUESTO lo imparerete di sicuro.

Ci vediamo martedì all’allenamento.

Ciascuna, come richiesto ieri, scriva dieci righe di programma per il suo allenamento dei prossimi mesi e le consegni martedì. Non mercoledì, non la settimana dopo, nion ieri, non fra dieci minuti. martedì alle 18, dopo essere arrivata puntuale all’allenamento.

Ciao

Ozy

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