Rush – Film di palle e cervello

“Rush”. Da vedere. Bellissimo film di sport.

Divertente, perché le sequenze di gara sono ben girate, ma soprattutto molto bella la storia.

Un po’ idealizzata e con qualche semplificazione didascalica (la modella è stupida, la fidanzata è materna, il bello si droga, il brutto conosce la matematica, il lord inglese è indebitato, gli Italiani hanno i baffoni…),

e viziata da una concezione drammatica un po’ sovietica (“un personaggio = un’idea”, qualche volta sembra che agisca l’idea, non l’essere umano),

ma i DUE PROTAGONISTI (ecco il bello del film: DUE protagonisti) sono autentici e presentano due modi di vedere la vita e lo sport.

Due modi estremi, senza compromessi, perché è uno sport estremo.
In sintesi è la storia del duello fra due eccellenti piloti di formula1 degli anni 70, Lauda e Hunt, entrambi campioni del Mondo, entrambi “lupi solitari”,
ma opposti nel carattere e nella logica con cui affrontano la vita e la gara.

Lauda è quello brutto, bravo, analitico e antipatico, Hunt quello bello e dannato, istintivo e sprecone.

Lauda guida piano quando va in macchina per motivi personali: “se non ti pagano è inutile prendere rischi”, calcola che ha un 20% di probabilità di morire ogni volta che sale in macchina, lo accetta, ma non accetta il 21%. Si fidanza e si sposa con la prima ragazza che lo bada, lo accudisce e cerca di calmare la sua gelida inquietudine. Eccetera.

Hunt dice che le donne apprezzano il fatto che “corteggia la morte e quindi si sente più vivo degli altri,” tromba come un riccio chiunque respiri, si sbronza e si droga perché non regge la tensione di aspettare la telefonata per un ingaggio.

Amico di tutti, debutta con una macchina pagata da un giro di ricchi che diverte alle loro feste, e quando gli serve una macchina vincente motiva la McLaren a ingaggiarlo promettendo mari e monti.

Lauda sale sulla Ferrari, sogno di ogni pilota, e siccome non rende abbastanza dice in faccia all’ingegnere di pista “come fate a costruire merda simile?”.

Così, sembrano due figurine bidimensionali, ritagliate nel cartone, da fumetto.

Il problema (il bello) però è che la storia è vera,

che i due davvero si incontrano, scontrano e si odiano per un decennio,

due visioni della vita che duellano concretamente ruota a ruota,

e quando le idee diventano concrete, le sfumature e la complessità arrivano eccome,

fino all’epica del finale: Lauda il freddo, che sta dominando il Mondiale anche grazie a un uso perfido e brutale dei regolamenti, brucia nella sua auto dopo un incidente, corteggia la morte, dall’unità grandi ustionati guarda le gare del rivale e torna in pista sfigurato per frenare la rimonta del rivale.

A quel punto, la frase più bella del film: “impari più dai nemici che dagli amici”,

le personalità dei due cominciano a mostrare dei tratti in comune, e addirittura a scambiarsene altri.

Alla vigilia della sfida finale, il puttaniere Hunt picchia un giornalista che aveva mancato di delicatezza verso il matrimonio di Lauda, messo alla prova dalle cicatrici,

e Lauda nella gara decisiva sceglie di vivere, sceglie la paura, rinuncia ai soldi e alla vittoria che aveva cercato implacabilmente.

In un bel dialogo, è lui a rendere omaggio al rivale, e a prendere atto di quanto la loro durissima ostilità possa sembrare un’amicizia, di quanto la vita sia più complicata del suo “accetto di morire fino al 20%, né più né meno”.

In realtà i due resteranno se stessi poi fino alla fine:

Hunt si brucia in fretta, è stanco di allenarsi, beve e mangia e tromba, non vincerà più nulla, si ritira a fare il giornalista, muore a 45 anni ucciso dagli stravizi.

Lauda fancula la Ferrari, cerca per anni senza scrupoli una macchina competitiva, rivince il mondiale in un’epoca diversa, contro piloti dieci o quindici anni più giovani di lui, è lo scarafaggio che sopravvive alle guerre nucleari.

Vincere è vivere, o vincere è non avere paura di morire?

E’ preparare la vittoria calcolando il peso della vite che stringe l’alettone,
o è guidare con le gomme consumate per non mollare una posizione?

E’ questione di palle e talento, o di cervello e talento?

Sul talento il film non ha dubbi, e lo spettatore esce galvanizzato dopo due ore di persone, gesti e sfide eccezionali.

Sulla questione “palle o cervello”, il film presenta molto bene e nella loro forma più estrema le due alternative,

e alla fine suggerisce che

per trovare un COMPROMESSO fra “palle” e “cervello”,

BISOGNA AVERCELE GROSSE

e BISOGNA AVERLO CHE FUNZIONA BENE.

Il compromesso avviene quando hai usato le palle fino in fondo, e quando hai spremuto il cervello fino all’esaustione

(altra bellissima scena, da personaggio tragico: Lauda di cattivo umore, insonne, assillato, che però confida alla moglie: “meglio così, la felicità è nemica del talento, ti rende distratto, appagato, può ucciderti”).

Vale ogni centesimo del biglietto.

Guardatelo al cinema, perché il promo piano del vento delle auto che strappa i fili d’erba sul bordo della pista… va visto su uno schermo grande.

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