Allenamento a occhi chiusi

26 Novembre 2013

Nel baseball/softball la vista, la capacità di guardare, la coordinazione occhio-mano sono notoriamente importantissime.

Quanta parte dell’allenamento dedichiamo a “guardare la palla”, che si tratti di farla entrare nel guanto o di battere quella roba che ci viene incontro a 80 all’ora e che sembra grande come una pallina da ping pong, visualizzandola come se fosse grande quanto una palla da basket?

Immaginiamo quindi cosa dev’essere, per un cieco, giocare a baseball.

Eppure l’Italia è pioniera nel baseball per ciechi, che in Lombardia ha tre squadre importanti, una giovanissima e due pluridecorate.

Allora, per prima cosa abbiamo da imparare, dai nostri compagni ciechi, qualcosa a proposito della determinazione, della forza di volontà, della passione che occorrono per fare qualcosa che sembra impossibile.

Colpire una palla con la mazza senza vederle. Tirare una palla a 20 metri di distanza e prendere il guanto del compagno, senza vederli. Correre dritto per decine di metri (provare!) senza vedere, svoltare…

Poi, però, c’è di più.

Nel nostro sport usiamo tanto gli occhi, ma…

… siamo sicuri che solo gli occhi “guardino”?

Allenandoci insieme ai colleghi ciechi abbiamo visto che chiamandoci a vicenda “vediamo” meglio l’obiettivo verso cui tiriamo.

Non lo sapevamo, forse, che la voce del catcher “guida” la palla del lanciatore?

Quindi, “vediamo” con bocca, orecchie, voce, parola.

Poi: quante volte corriamo guardando la palla, per prenderla al volo, oppure stiamo raccogliendo a testa china per terra la palla di un bunt,

e già “guardiamo” mentalmente la direzione in cui dovremo tirare dopo la presa, ci prepariamo a orientarci…

… con cosa?

Ascoltanto le grida delle compagne, PERCEPENDO in quale posizione il nostro corpo si trova rispetto alla posizione in cui SAPPIAMO che dovrà trovarsi la compagna che riceverà il tiro.

Si chiama “propriocezione”, è la capacità di “vedere” il corpo e i suoi movimenti “dall’interno”.

E’ un senso che spesso non sappiamo nemmeno di avere e di usare.

Eppure è quello che ci fa arrotolare gli spaghetti mentre guardiamo la tivù, ci fa portare alla bocca il bicchiere, ci fa scendere le scale, “senza guardare”.

Il senso dell’allenamento che abbiamo proposto alle nostre ragazze è duplice:

1) sì, dare un riconoscimento a chi, avendo qualcosa “in meno”, sa fare “come noi”,

e imparare dal suo coraggio e dalla sua dedizione,

ma anche, e forse soprattutto,

2) IMPARARE che forse, a forza di vivere di immagini, di fotografie, di filmati che ci mostrano i nostri movimenti “dall’esterno”,

a forza di vivere in una “società dell’immagine” in cui ci guardiamo molto “da fuori”, in cui siamo sempre molto, troppo consci dello sguardo degli altri,

abbiamo disimparato in buona parte a “guardarci dall’interno”,

a memorizzare movimenti e posizioni sulla base di ciò che il corpo ci dice (e il corpo parla alla mente in continuazione),

a elaborare questi dati e creare, aggiustare, correggere gesti atletici su questa base.

E anche questo ha un valore “culturale”: non ho invitato i ciechi a allenarsi con noi in quanto “meno vedenti”, ma in quanto “PIU’ percipienti”.

In allenamento ci capita di lanciare o battere al tee a occhi chiusi,

o di fare esercizi di visualizzazione.

Sappiamo quindi da tempo che “isolare il recettore visivo” ci serve a aumentare l’efficienza di altri recettori (e analizzatori).

La sessione con i Lampi Milano BXC ci ha fatto “vedere” (…) tutto questo in modo amplificato, clamoroso, didattico.

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