Perché lanciare poco?

Un primo accenno all’argomento, per fare domande e non dare ancora risposte, ma solo raccogliere commenti.

Ci ragionavo da tempo, ma è diventato urgente in seguito alla discussione sull’organizzazione dei campionati 2014.

I nostri campionati giovanili softball prevedono severi limiti nell’uso di lanciatori.

Perché?

Voglio dire: durante la mia recente esperienza americana sia con ASA sia con NSA, ho visto giocatrici Under 12 lanciare 12/14 inning in una giornata.

E non sto parlando di scene di agonia, di allenatori fanatici o genitori esaltati che mandano al patibolo bimbe piangenti.

Ho visto giocare con entusiasmo e serenità, ho visto le ragazze trovare il loro limite nella stanchezza (quella che si cura con doccia e merenda), non nella sofferenza (quella che si “cura” con l’abbandono).

Solo la discrezione di allenatori molto “professionali” toglieva dalla pedana lanciatrici stanche, fisicamente o mentalmente, o “fuori giornata”, per preservarne l’entusiasmo.

Non l’arbitro.

Esiste una base fisiologica o tecnica per limitare l’uso delle lanciatrici?

Nella mia modestissima opinione, il lancio softball “frontale” (che evito come la peste) ha una forte componente di stress, in parte paragonabile a quella del lancio baseball, perché nel mulinello del braccio c’è una breve fase (da ore 12 a ore 6) di rischio di sublussazione della spalla.

Che, ripetuta, porta danni.

Inoltre, la scorretta esecuzione della chiusura (troppa enfasi su una chiusura “muscolare”, “a strappo”, mancata spiegazione del fatto che la chiusura è un EFFETTO, non un’AZIONE) porta a dolenzie al braccio. Che non sono, peraltro, lesive a lungo termine.

Ma se il gesto è “laterale” e quindi protegge la spalla, e la chiusura è giustamente collocata, il lancio windimill non è traumatico.

Quantomeno, la fisiologia non impedisce di giocare un’intera partita.

Paradossalmente, nelle categorie adolescenziali è casomai più “tassato” il ginocchio, dalla spinta esplosiva del piede di appoggio e dall’atterraggio dell’altro piede.

Allora: se “tagliamo” il lanciatore di 13 anni dopo tre inning (salvo rimandarlo su mezz’ora dopo nella seconda partita, o dieci minuti dopo al tie-break, e domani al torneo… nel pieno rispetto dei regolamenti… ipocrisia!),

lo facciamo per motivi MEDICI?

Se sì, siamo mal informati. Oppure andiamo a dire ai “soliti americani” che… “sono male informati loro” [altra cosa sono i limiti Little League. Ma Little League, mettiamocelo in testa, non è IL softball americano giovanile].

Se no… perché?

Allora forse lo facciamo “per incentivare le squadre a creare lanciatori”.

(Cioè, innanzitutto a creare pitching coach).

A parte che gli “incentivi attraverso punizione/proibizione” non funzionano in generale (così mi dicono i bempensanti quando si parla della teoria dell’insegnamento e dell’allenamento),

a me concretamente accade di sentire anche squadre che hanno una storica continuità di vivaio propormi di finire la partita con il lanciatore/allenatore.

In campionato, e adesso perfino nel “mercato” pre-campionato.

Poi si discute di come far giocare di più le ragazze, ma si recalcitra davanti a doppi incontri o concentramenti “perché mancano i lanciatori” – anche quando questo servirebbe a ridurre costi di trasferta proibitivi.

Quindi, a quanto pare l'”incentivo” non ha funzionato.

Forma lanciatori chi vuole vincere e si organizza e lavora di conseguenza.

Forma lanciatori chi allarga l’area di reclutamento per lavorare su una base più ampia,

e se su questa base più ampia lavora a lungo termine anche sul fronte della preparazione atletica.

Forma lanciatori chi dedica tempo alle ragazze.

Forma lanciatori chi prima ha atlete e giocatrici [prima corri, poi tiri e batti, poi lanci].

E forma lanciatori chi… non li butta via.

[Infatti ho casomai in mente altre forme in cui lo “sfruttamento” delle lanciatrici porta alla loro perdita: esporre una cadetta al lavoro mentale di una serie A2 o ISL. Esporre una lanciatrice a 5 partite settimanli di tre categorie diverse  – sempre sotto il profilo mentale oltre che dei tempi di recupero. Non preparare fisicamente la lanciatrice in proporzione al lavoro in pedana che le verrà chiesto. Esporre la giocatrice giovanile a dinamiche di “mercato” per cui non è matura. Ma in tutti questi casi non sono gli “inning lanciati” a distruggere. Ma la cattiva gestione della persona-atleta]

Quindi la strada degli incentivi deve andare verso il giocare di più, il premiare chi gioca.

Quando la limitazione sugli inning lanciati “strozza” la quantità di gioco PER TUTTE le ragazze, essa soffoca la base atletica da cui lanciatori possono emergere.

Che senso ha?

Onestamente, diciamocelo:

PERCHE’ lanciamo poco?

Per ragioni mediche,

o per “obbligare” a formare lanciatori e pitching coach?

E se la risposta è quest’ultima, ha funzionato?

Chi ha 9 giocatrici in tutto, di cui 7 atlete, può formare tre lanciatrici “complete”?

Fa più danni far lanciare 5 inning la tredicenne “completa” (virgolette virgolette, relativo! relativo all’età!) o mandare in pedana la volonterosa che gira il braccio da un mese?

Fa più danni far lanciare 5 inning la ragazzona alta 1.65 e che corre palo-a-palo senza fiatare,

o far lanciare in agonia mentale la lanciatrice alta un metro che non ha nemmeno la forza per fare gli elastici?

oppure far giocare con la palla morbida per mezza partita contro palombelle lanciate dal coach, interni esterni e battitori di dodici anni che hanno voglia e bisogno di competere e divertirsi?

Domande, domande.

Una Risposta a “Perché lanciare poco?”

  1. Bell’argomento e belle domande…
    Fai ipotesi sensate sulle possibili cause delle limitazioni.

    Tu sai come la penso sulla specializzazione precoce e sul “tutte dovrebbero lanciare”, in quest’ottica non avremmo bisogno delle limitazioni da regolamento per fare opera di “costruzione delle lanciatrici” e “conservazione delle stesse”…

    Credo che nessuna “apprendista lanciatrice” dovrebbe stare in pedana per troppo tempo (con ovvie distinzioni in base ad età, maturità, sviluppo e formazione), ma questo a prescindere da una regola che mi obbliga o meno.

    La questione che sollevi credo sia riconducibile, in definitiva a:
    “ci sono presupposti logici (bada bene potrebbero essere anche sbagliati) per cui esiste la regola?”
    Personalmente sono quasi sicuro che il “legislatore” non si sia posto troppe domande, ho più paura che abbia seguito la marea…

    Io continuo a pensare che il buon senso e la professionalità degli operatori (allenatori, dirigenti, ecc….) dovrebbero portare a far fare sempre “la cosa giusta”.

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