La volpe e il riccio

Qualche anno fa, dovevo scegliere, come faccio a ogni Capodanno, un brano di un libro, che fosse bello e utile per capire e affrontare l’anno che iniziava.

Una volta – e mi accorgo adesso che sono passati dieci anni – scelsi una favola, o quasi. Mi è tornata in mente per qualche ragione in questi giorni.

Il libro, di I. Berlin, si intitola “Il riccio e la volpe”. Complessivamente non è granché, anzi è proprio una pizza, ma l’inizio è bellissimo:

<< Tra i frammenti del poeta Archiloco c’è un verso che dice:

“La volpe sa molte cose: il riccio invece ne sa una sola, ma quella che sa è grossa”.

Gli studiosi non si sono trovati d’accordo sulla esatta interpretazione di queste oscure parole: magari significano semplicemente che la volpe, con tutta la sua astuzia, è sconfitta dall’unica difesa di cui il riccio dispone: gli aculei.

Ma possiamo anche pensare che quel verso, in senso figurato, indichi una delle più profonde differenze che dividono in due categorie gli scrittori, i pensatori ma in definitiva gli esseri umani in generale.

Esistono infatti, da una parte, coloro che riferiscono tutto ad una visione centrale, a un sistema più o meno coerente e articolato; che hanno regole che li guidano a capire, a pensare e a sentire. Che seguono un principio ispiratore, unico e universale, che dia un significato a tutto ciò che essi sono e dicono.

E dall’altra parte ci sono coloro che perseguono molti fini, spesso disgiunti e contraddittori, magari anche collegati fra loro: ma collegati soltanto genericamente, de facto, per qualche ragione psicologica o fisiologica: non unificati da un principio morale o estetico.

Le persone di questa seconda categoria conducono esistenze, compiono azioni e coltivano idee che sono centrifughe anziché centripete. Il loro pensiero è disperso o diffuso, si muove su molti piani, coglie l’essenza di una vasta varietà di esperienze e di temi. Ma li prende uno per uno come se fossero isolati: senza cercare, consciamente o inconsciamente, di inserirli in una visione unitaria, immutabile, onnicomprensiva – magari a volte contraddittoria e incompleta, a volte addirittura fanatica.

La personalità del primo tipo appartiene alla categoria dei ricci, la seconda a quella delle volpi>>.

[I. Berlin, The Hedgehog and the Fox, 1951. Archiloco, Frammento 201]

In generale non sono entusiasta del dotto Sir Berlin, ma questa l’aveva proprio imbroccata.

La sua idea mi rende ancora più simpatico il riccio – un animaletto sorridente, paffuto e apparentemente mite che, intanto, zitto zitto:

1) è un temibile carnivoro e cacciatore;

2) pasteggia a lumache;

3) ha un debole per il vino (e, proverbialmente, per le più sconce gioie della vita…);

4) è un feroce individualista e

5) vive e prospera sulla Terra dall’epoca dei dinosauri, alla faccia dei predatori, che infilza come spiedini.

E continua a fare tutte queste cose “pensando” esattamente nel modo contrario a quello che oggi non solo è di gran lunga il più diffuso, ma è anche insegnato e propagandato come il più “moderno” modo di pensare e di vivere.

L’ultimo secolo, infatti, ha pensato e agito da “volpe”.

Dal più sofisticato degli intellettuali, dai fisici e i matematici, fino al più cannibale dei miliziani totalitari, passando per i day-trader, i pubblicitari e i pranoterapeuti.

Prendere al volo le idee dove capitano, utilizzarle finché conviene o finché sono di moda, farne dei culti e poi… abbandonarle. Smentire di averle mai praticate (soprattutto se fino a cinque minuti prima le condividevi con qualche milione di altre volpi).

Affrontare ogni problema con una premessa logica e un sistema di valori differente. Anzi, aspettare che si presenti un problema, e crearsi su due piedi delle premesse e delle idee sulla base del problema. Ho detto “crearsi”? Naaahhh: troppa fatica: “prenderle in prestito”. Chiedere a un amico se le ha.

Provare un po’ tutto quel che offre il circo delle informazioni, della cultura e dei costumi, senza giudicare se è coerente con l’idea che avevo dieci minuti fa e con quella che avrò fra un’ora. O come è coerente.

Costruirsi un’opinione facendo la media ponderata delle opinioni che hai orecchiato. Senza prima “pesarle” una per una contro ciò che sai tu. E contro ciò che sei.

Scegliere le più nuove, perché sono le più a portata di mano. Non importa da dove vengono, e dove vanno. Non importa se sono così nuove, che saranno vecchie fra mezz’ora e non ne sentirai più parlare.

O scegliere quella che “suona” meglio. Sulla base di quale criterio? Sulla base della necessità o dell'”atmosfera” del momento.

Comprarsi il disco di una canzonetta orecchiabile – anche se le parole sono totalmente incompatibili con il modo in cui davvero vivi.

Poi tuffarti in un romanzo o in un film serissimo e molto, molto, molto intelligente: che però descrive il lavoro che fai e che ami in modo ostile e sbagliato.

Però piace alla migliore amica di tua moglie, quella intelligentissima e aggiornatissima: alla quale non affideresti neanche per dieci minuti il centralino dell’azienda: ma lasci che suggerisca ai tuoi familiari quali romanzi leggere.

Intanto, un Tizio le cui abitudini di vita ti danno il voltastomaco, sceglie a suo gusto l’arredamento della tua casa o il layout della tua pubblicità.

Che importa? Gusto, idee, vita, lavoro, vanno ciascuno per conto suo, no?

Oppure: pianifichi la tua prossima stagione, e controlli ogni dettaglio: qualità e costi, tempi, immagine: deve’essere tutto coerente, le parole devono coincidere con le cose, i numeri con la realtà.

Ma i tuoi risparmi sono intanto su un hedge fund il cui gestore segue metodi matematici avanzatissimi, basati su una “nuova matematica” secondo la quale esisterebbero numeri che non riuscirai mai a verificare con i tuoi occhi.

Quei calcoli spiegano qualunque avvenimento economico (e perfino la geometria delle tempeste), ma non quadrano con la logica con cui tu comprendi la tua realtà.

Tuo figlio sta studiando matematica, al liceo, con un professore cresciuto alla stessa scuola. Tutt’e due vi diranno che è “anacronistico” pretendere che matematica, geometria, fisica e aritmetica siano coerenti fra loro, e tantomeno coerenti con il buonsenso. E tu li lasci fare.

Tanto, non è necessario che tutto quel che accade intorno quadri con quel che la tua mente sa e capisce.

Ci saranno forse “altre logiche”, perché no?

Una catena di nessi allentati. Di contraddizioni “scusabili” perché… perché adesso va bene così, poi vedremo.

Come se non ci fosse un’idea, un modo di vedere la vita, di esistere, coerente.

Con cui affrontare un mondo che è complicato ma è sensato, causale, strutturato.

Come se importasse solo fronteggiare momento per momento un mondo caotico, imprevedibile.

Nel quale allora basti tenere le orecchie aperte, “captare” l’aria che tira. Gestire la “complessità”.

Come se, a tenere insieme tutto quel che ti frulla per la testa, non ci fosse una mente unitaria, coerente, che deve sapere fin dall’inizio dove va, a fare cosa, e perché.

E che quindi mangia, pensa, beve, caccia, ama, gioca, scrive, produce secondo la stessa logica.

E che quindi, non può “provare un po’ di tutto”, “accettare un po’ tutte le idee”, “rispettare un po’ tutti i punti di vista”, spendere più tempo a “comunicare” e “partecipare” che a pensare e fare.

Più tempo a “aggiornarsi sulle ultime notizie”, che a cercare di capire cosa significhino. Cosa significheranno domani. Cosa c’entrano con ciò a cui ho pensato ieri.

E giudicare quanto valgono. Non “chiedendo in giro” cosa “se ne pensa”. Ma paragonandole a quel che pensi tu.

Ebbene:

gli ultimi 50 anni di cinema, almeno gli ultimi 70 di letteratura, l’intero ultimo secolo di grandi ideologie politiche, tutta o quasi la psicologia e la fuffa sociologica, le successive varianti delle dottrine economiche dagli anni ’20 in poi, il 99% delle pagine dei giornali, e l’intero sistema dell’educazione (dai padri fondatori – Dewey – ai sindacalisti del precariato), seguono in maggioranza questa impostazione.

Quella della volpe.

Dopo decine di milioni di anni in cui tutto sommato gli era “bastato” farsi i fatti propri e pizzicare ogni tanto la lingua dei dinosauri o le zampe delle volpi che lo disturbavano, il mio amico riccio ha affrontato e attraversato la sua sfida più seria: vivere in un secolo, che si era messo in testa programmaticamente di farlo fuori una volta per tutte.

Di non permettere più a nessuno di pensare e vivere “da riccio”: coltivando una cosa, ma quella giusta. Di far fuori la coerenza delle idee. Di far fuori le idee collegate ai fatti.

Ma quel secolo ha fatto una serie di fiaschi colossali. Le volpi, non ne hanno imbroccata una che fosse una.

Salvo una, forse: sono riuscite a prendere il controllo dell’industria delle chiacchiere: quella che gli permette di ripetere che sarebbe “vecchio”, “anacronistico” pretendere che i conti quadrino, che un romanzo abbia un capo e una coda e una morale, che una persona faccia quel che dice e dica quel che pensa, che la politica paghi per le sue conseguenze, che ciascuno mangi e beva quel che gli piace ma sia capace di dire COSA vuole, cosa gli piace, e perché.

Anacronistico. Roba dell’Ottocento, al più tardi.

Il riccio era “anacronistico” e “poco adatto all’ambiente” quando lo standard industriale per sopravvivere era: essere alti sette metri, lunghi quindici coda inclusa, avere un piccolissimo cervello all’altezza delle vertebre lombari e, per sfuggire alla carestia e ai ghiacciai, migrare verso il più vicino deserto, seguendo i consigli degli esperti.

Un’ottima scelta. Una brillante riconversione industriale: da rettili a giacimenti fossili. Molto più utili e moderni. Cosa ce ne faremmo oggi dei Diplodocus? E invece guarda com’è comodo il gasolio.

Ma dei dinosauri non è rimasto nulla. Tanto erano “adattabili”.

Il riccio era lì che si scaldava con lo sterco secco dei dinosauri, e oggi s’intrufola nelle case per approfittare del gasolio.

E quindi il riccio, che ha “archiviato” i dinosauri, preferisce continuare a essere “anacronistico” anche in questa epoca il cui animale-totem è… mah… A parte quelli degli oroscopi? Verrebbe da dire: il lemming (quello che ogni tanto si butta in massa dalle scogliere perché “questa stagione si fa così”).

Ma un lemming, appunto, che “buoni libri” e “l’aria che tira” hanno convinto di essere una volpe.

Torniamo a noi umani.

Quell’anno feci agli amici i seguenti auguri: di attingere al libro di cucina dei ricci, e quindi mangiare escargots à la bourguignonne, bere buon vino, trombare come ricci,

e coltivare un’idea: una…

… ma quella giusta, quella che ti appartiene, qualunque cosa dica il mondo, e che ti tiene vivo per sempre.

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