Elezioni, piscine e narcisismo

Riflessioni a margine di una campagna elettorale nella quale non è nostro compito entrare – ciascun genitore ha le sue idee e farà le sue scelte.E magari lo sport non è l’argomento principale che le motiva. O magari la chiave di un gabinetto finisce per decidere la scelta nell’urna. Non lo sappiamo, non ci spetta saperlo.

Siamo però comunque andati all’incontro fra un candidato sindaco e le società Sportive della città. Andremo a altri incontri con altri candidati, se invitati.

UN dato, estraneo ai temi specifici della Politica “amministrativa” municipale, mi ha colpito come allenatore: secondo dati forniti nella riunione, statisticamente, “stanno perdendo terreno, su scala nazionale ma anche a livello locale, gli sport di squadra”, “a favore degli sport individuali”.

E già questo sarebbe preoccupante, per motivi che a me sembrano evidenti ma che spiegherò dopo.

Poi però se analizziamo meglio il dato, non solo perdono terreno gli sport di squadra, ma gli “sport” individuali di cui si parla includono: nuoto [inteso come il nuoto libero, senza competizione e senza formazione di fondamentali tecnici – la famigerata “piscina-babysitter”], danze e ginnastiche varie (esclusa la ginnastica olimpica, intendo).

Ora, prima di tutto c’è una sostanziale differenza fra sport e fitness, è molto diverso per una ragazza allenarsi, avere scadenze agonistiche, verificarsi, confrontarsi, affrontare speranze e delusioni, ambizioni e frustrazioni, momenti esaltanti e difficili, o semplicemente sudare e memorizzare movimenti.

Ne va della formazione di un carattere elastico e forte, che rimbalza dalle difficoltà e mantiene la calma e la misura nella vittoria.

O al contrario “misurarsi” semplicemente pesandosi o collezionando fotografie.

Un saggio di fine anno non equivale, mentalmente, a 30 gare.

E questo, per quanto attiene alle attività individuali: sport non è fitness, non è (solo) educazione fisica. Non tutto ciò che “muove il corpo” è sport.

Che la Società preferisca evitare la competizione e scegliere l’esibizione, la prestazione da misurare “esteticamente”, è già una prima constatazione, e secondo me non è positiva.

E poi c’è il secondo aspetto importante: la competizione è metà della faccenda. L’altra metà è la COOPERAZIONE.

Chi COMPETE, deve COLLABORARE. Se io mi metto in testa di SUPERARE difficoltà, e di fare di questo la mia passione, DIVIDERE lo SFORZO diventa una necessità della mia vita. COORDINARE lo sforzo diventa indispensabile.

PENSARE la COLLABORAZIONE è INTRINSECO alla COMPETIZIONE. (Negli sport “individuali”, che sono altamente competitivi, il rapporto personale con gli avversari e con i coach notoriamente è intensissimo, ricco, difficile).

Gli sport di squadra sono incentrati su questo. Formano il carattere insegnando a dosare accuratamente comportamenti “carnivori” e “erbivori”, competitivi e collaborativi, l’istinto del migliore che vuole primeggiare e quello del migliore che in un momento di stanchezza ha bisogno di ogni aiuto possibile e attinge forza dagli amici meno “fenomenali”.

Nascono dinamiche bellissime: l’atleta meno “dotata” ma caparbia, che ammira la collega più talentuosa invece di invidiarla, e diventa preziosa perché magari è più stabile di carattere, più solida, più attenta alla partita.

Ma allora: perché la Società italiana (famiglia, scuola, politica) perde interesse per gli sport di squadra a favore di attività solipsistiche? E’ solo banale “egoismo”?

Io credo di no.

Credo che sia un problema interno al sistema educativo, alle scienze (o pseudoscienze) della mente, e ai cascami che di queste discipline arrivano, attraverso media e scuola, alle famiglie.

La soddisfazione, il PREMIO, che viene dalla vittoria in uno sport di squadra (in uno sport in generale, ma soprattutto in uno sport di squadra), NON è un “contentino”. NON è una gratificazione, un rinforzino. Non è un biscottino dato per ricompensare un “buon comportamento”.

Chi gioca, chi ha giocato, chi sa giocare, chi ha vinto, chi sa vincere, sa che la vittoria non è sempre dolce. Non è sempre “giusta”. Non è sempre “meritata” a livello individuale.

Lo sport insegna anche questo: Che quel giorno gioco bene e la mia squadra perde. Ho perso. Non “hanno perso loro”. HO perso.

Che quell’altro giorno gioco malissimo e la mia squadra vince. Vinco e festeggio (a buon diritto: cooperazione, cooperazione!), ma la testa e il cuore mi dicono che ho giocato male, che devo lavorare meglio.

Questo può essere INACCETTABILE per una società NARCISISTA, insicura, viziata, ma anche semplicemente per una società che crede (via “pissicologgia” da rotocalco) in schemi meccanicistici, comportamentisti nell’accezione più banale del termine: “faccio quello che mi dicono, ottengo un premio”. Magari!

“Frequento le lezioni, arriva il diploma”. Macché.

“Mi alleno, vengo premiata”.   Magari fosse tutto così lineare (oppure no: se tutto fosse così lineare saremmo macchine. Un incubo!).

Non funziona così.

C’è di mezzo la fortuna (cioè, la complessità, l’incertezza), e la mia capacità di affrontare le incertezze.

C’è di mezzo il gruppo, e la mia capacità di vedere i miei sforzi nell’ambito del gruppo.

C’è, soprattutto, di mezzo l’avversario. Specchio di me stessa. Che gioca bene quanto me e qualche volta vince e mi “ruba” il “premio”.

A questo serve la partita, la competizione. A insegnarmi che alla fine dello sforzo, dopo mesi/anni di allenamento, non necessariamente c’è un riconoscimento, nemmeno se sono brava.

Non necessariamente c’è una foto sorridente, nemmeno se ho gareggiato benissimo.

E che qualche volta devo “accontentarmi” di quella foto un po’ così, con la faccia perplessa, quella volta che sono salita sul podio con un oro al collo “per una botta di fortuna”. Una pallina ha rotolato sulla linea di foul e lo spessore del gesso l’ha buttata dentro. Punto della vittoria.

Va a fare sport di squadra chi ha capito questo. O ci manda i figli, chi ha capito questo.

O capisce questo, chi fa sport e fa sport di squadra.

Capisce che non si lavora in funzione di un RICONOSCIMENTO finale.

Quello può arrivare “per caso”, e allora non essere “gratificante” in modo narcisistico. O può sfuggire per un pelo, senza mia colpa, e lasciarmi lo stesso delusa.

Delusa, ma consapevole del mio valore! Quindi, migliore.

Quello che nessuno può togliermi, infatti, è il riconoscimento IMPLICITO nel lavoro stesso, nella gara stessa!

E’ quando gareggi, quando dai il massimo a te stessa e agli altri, che senti la felicità. E’ quando la tua compagna sfinita ti chiede aiuto, glielo dai, anzi glielo offri senza che te lo chieda, e intercetti lo sguardo di riconoscimento e stima del coach e delle compagne.

E’ quando entri in campo e già solo la sida di sguardi con le avversarie ti dice che VALI, che non sei un “animale da divano”.

Quei momenti non si comprano, non si regalano, e NESSUNO TE LI PUO’ TOGLIERE.

Ma non li può capire una società e una cultura che crede che cause e effetti siano MECCANICI: “tot input, tot output”.

“Faccio per sei ore, ottengo prodotto per sei ore”.

In termini più tecnici, qualsiasi bravo allenatore sa che a decidere della qualità di un allenamento è l’ATTRITO: “ho messo dentro sei ore di lavoro, e ne è uscito risultato solo per quattro ore”. Cosa è successo? In cosa è andata sprecata l’energia?

Il modo più sicuro per sprecare energia, è allenarmi aspettandomi che dall’allenamento derivi AUTOMATICAMENTE qualcosa. Che per essermi allenata MI SPETTI DI DIRITTO qualcosa.

La vittoria non è un “diritto”.

Siamo una società e una cultura che premia il GUSTO di TROVARE SODDISFAZIONE nel lavoro?

O siamo una società che PROMETTE che “se lavorerai duro avrai DIRITTO al successo”?

Se siamo questo secondo tipo di società, allora scapperemo dagli sport, e IN PARTICOLARE dagli sport di squadra.

Non sapremo combattere, non sapremo innovare, non sapremo cambiare le cose, non sapremo gestire i conflitti, saremo costantemente arrabbiati e risentiti perché le nostre aspettative non vengono “retribuite”.

Poi nella riunione si sono dette tante altre cose, ma già la prima frase che ho sentito implicava questi argomenti.

Ragionarci.

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