Chi gioca di più, e perché? A domanda rispondo

Poiché qualcuno me lo chiede, rispondo.

“Con quale criterio il coach decide chi gioca, e quanto, e quando, e in che ruolo?”

In ordine di importanza:

0) nella nostra squadra TUTTI entrano sempre in campo, di più o di meno, in TUTTE le partite. Poche eccezioni accadono quando le partite vengono accorciate a sorpresa dal limite di tempo, ma il coach rimedia sempre alla partita successiva.

1) SICUREZZA

La giocatrice stanca, malata, infortunata o convalescente, distratta, o che ha paura della palla, o troppo piccola fisicamente o lenta per un avversario che magari batte forte o scivola duro, non entra in campo in un ruolo in cui può farsi male o fare una partita che non la diverte.

La giocatrice che nasconde un infortunio per giocare, rischia grosso e il coach la bacchetta durissimamente.

2) REGOLAMENTO

Le regole, complicatissime, stabiliscono quanto può giocare un lanciatore e un catcher, quali ruoli può occupare o no un giocatore di una certa età, se un giocatore sostituito può rientrare o no, e quando, e per quanto, e questo condiziona le “rotazioni” di tutta la squadra. Il coach prima di cambiare un giocatore in campo deve calcolare queste variabili.

Deve tenersi libera una che batte poco ma corre bene per un ingresso a fine partita, deve far riposare le ginocchia di quella che riceve ma la prossima partita lancia, ha saputo da quell’altra che oggi ha le mestruazioni ma può usarla lo stesso come battitore, al prezzo però di spostare un’altra di ruolo.

Eccetera eccetera eccetera.

3) CAPACITA’. Attuali e future.

Sì, siamo schietti: il coach fa giocare di più, e in ruoli più difficili, chi gioca meglio. E’ uno sport. E’ meritocratico.

E se Giovannina aiuta la squadra a giocare bene, vincere, divertirsi e far divertire il pubblico, la “panca” è felice. Canta, guarda, impara, cresce, imita, a sua volta entra in campo, altre ragazze più giovani arrivano e stanno un po’ in panca, guardano, cantano, imparano. Nello sport, funziona così.

Anche le capacità dell’avversario e la difficoltà della partita entrano in questa decisione.

Oppure: il coach prova a far giocare chi può IMPARARE a giocare meglio. Chi ha mostrato, ai suoi occhi, talento o propensione. Che sono cose diverse da “avere voglia di farlo”.

Nella voce “capacità future” entra anche la scelta del ruolo: un futuro terzabase qualche volta giocherà catcher per imparare a non avere paura della palla; un futuro seconda base giocherà esterno per imparare le coperture; un lanciatore stanco giocherà in prima base per riposare il braccio.

Qui interferisce anche il regolamento: il coach DEVE formare almeno tre lanciatori e tre catcher (e più si sale più deve averne, per la maggiore usura), ma deve anche calcolare che (esempio) l’anno prossimo uno dei tre cambierà categoria e la squadra resterà senza e ci vuole un anno anche solo per provarci.

Eccetera eccetera eccetera.

4) ALLENAMENTO, SFORZO E DEDIZIONE

Il punto 3) va bene, ma non siamo in Major League: e quindi, “premiare il merito” non significa “premiare chi è già bravo, chi sa già tutto” (a dodici anni? non esiste!), ma chi LAVORA DI PIU’ per diventare bravo, certamente. Che sia destinato a riuscirci, o no. Lo sforzo è un valore di per sé.

Chi è puntuale e regolare agli allenamenti, chi è attento durante le spiegazioni, chi si fa le vesciche sulle mani al tee, chi rompe le scarpe a forza di spingere quando corre e tira, chi rinuncia a uno shopping o una festina (certo non alla Scuola o alla Chiesa o altre attività importanti),

chi pensa al suo lavoro e non a quello della vicina, chi durante la partita sa “quanti out ci sono e quanti strike e ball”, e non “quanti inning ha giocato Filippa”,

non importa quanti errori fa, avrà sempre un posto in campo.

5) GOLOSITA’

Chi porta al coach spuntini e bibite, gioca di più. Umana debolezza.

6) AVARIZIA

Mance in denaro sono molto gradite. E’ possibile pagare per giocare di più. Il coach è molto venale. Le tariffe peraltro sono alla portata di tutte le famiglie.

Il problema è che: pagare il coach per farti giocare non garantisce che, una volta in campo, saprai giocare, reggerai la pressione, riuscirai nel ruolo che hai pagato per occupare, ti divertirai.

Chiedi il tariffario in segreteria, ma pensaci bene: forse il coach sta già decidendo nel tuo miglior interesse, gratis.

Forse ti sta già facendo fare, gratis, ciò che ti porterà al successo (se sei ambiziosa), o che ti garantisce di giocare in sicurezza divertendoti e togliendoti qualche soddisfazione (se giochi per svago e allegria).

6) A PROVA CONTRARIA

I seguenti fattori non hanno la MINIMA influenza, né in un senso né nell’altro, nelle decisioni del coach:

* quante moine fa una giocatrice. Il coach ha giocato e vinto per ormai quasi cinque decenni, non ha bisogno di lecchini.

* quanto rogna e mugugna una giocatrice. Il coach è sposato da un quarto di secolo, ha una pazienza…

* quanto rognano, discutono, suggeriscono, insinuano, polemizzano, postano, elogiano, esultano, linkano, analizzano o lusingano gli spettatori, i dirigenti, i presidenti, gli sponsor, i genitori e i giornalisti.

Il coach ha gli occhi rivolti al campo e vede benissimo quello che succede lì. Ha le orecchie nel dugout, non rivolte alla tribune.

Commenta e spiega tutte le sue decisioni alle atlete. Che hanno dodici o quindici anni: non ne hanno trenta, ma non ne hanno nemmeno tre.

Infine: Il coach guarda il campo e basta, ma non perché non veda o non senta (in proprio o tramite le ragazze) quanto accade FUORI.

Ma…

Un arbitro molto saggio una volta mi ha detto: “voi battitori ridete di noi e commentate i nostri sbagli. Facile dire ‘comprati gli occhiali’. Pensa se noi arbitri potessimo ridere di voi quando girate a vuoto un ball caduto per terra, o se dicessimo ‘comprati gli occhiali’ ogni volta che lasciate passare uno strike senza batterlo. E sapessi quante occasioni abbiamo di ridere… Ma non lo possiamo fare…”.

Vale anche per il rapporto fra chi sta in campo e chi sta fuori.

 

4 Risposte a “Chi gioca di più, e perché? A domanda rispondo”

  1. Margerita Colamartino 28/04/2014 a 18:33

    Spero che le regole 5 e 6 siano inventate

  2. Margerita Colamartino 28/04/2014 a 18:35

    Nella nostra squadra molte “ragazze” hanno ben più di 30 anni comunque….

  3. Assolutamente no!

    Leggi bene la 6, tuttavia. 😉 Contiene un pelino di ironia

  4. Si tratta di squadre giovanili, anzi specificamente della categoria Ragazze e del primo anno Cadette in una squadra non esasperata.

    In una squadra cadette da scudetto, in una u-21, e a maggior ragione in una seniores o perfino in una “master”, la logica cambierebbe.

    Ma qui stiamo parlando di un’età in cui si gioca per divertirsi e imparare – così mi dicono, così mi ripetono tutti i santi giorni.

    E proprio per questo, paradossalmente, il coach è investito della responsabilità di scelte che secondo me DEVONO essere meritocratiche, perché altrimenti finiscono per essere governate da velleità, capricci, pressioni, illusioni e delusioni da parte di atlete e genitori che non hanno la minima idea di cosa significhi giocare, allenarsi.

    Proprio perché non si tratta di atlete mature (e perlopiù di genitori che non hanno fatto sport da due generazioni – questa è la condizione generale del Paese),

    fa parte del gioco anche trasmettere, con un moderato e accorto uso della panca, un po’ di realismo, un po’ di senso delle proporzioni fra sforzo e carriera.

    E trasmettere la nozione che esiste sulla Terra qualcuno esperto della materia, e quindi competente a dire cosa puoi fare, sai fare, devi fare ADESSO, mentre ti incentiva a migliorare GRADUALMENTE,

    SENZA SALTARE passaggi intermedi.

    Altrimenti:

    “competizione” (e polemiche, e gelosie) fra sei che vogliono “diventare lanciatrice”: ma dov’è l’assiduità agli allenamenti di base? Ah… Dov’è l’atletismo? Ah…Dov’è lo spirito di sacrificio? La dedizione alla sqauadra? Hai idea di cosa significa stare in pedana?

    Cominciamo a chiarire che prima si fa fatica,

    e si mostra la volontà e la costanza di farla,

    poi si creano le basi atletiche,

    poi si comincia a imparare a giocare (prendo tiro batto)

    poi infine ci si cimenta con ruoli complessi e aspettative di primeggiare.

    E mentre si fa questo pescorso, la cosa più inutile e dannosa è guardarsi ai lati per vedere “se qualcuno mi sorpassa”.

    E’ letale avere preoccupazioni “sociali”, “di status”, “d’immagine” menter gareggi con te stesso per migliorare. Le variabili diventano troppe e troppo complesse.

    Stabilire un criterio meritocratico significa dare, serenamente e inflessibilmente, “a ciascuno il suo” in termini di carico, responsabilità, pressione, aspettative.

    Giochi un inning a partita perché sei ancora immatura tecnicamente? Sarò più indulgente sui tuoi errori, ti dedicherò più tempo in allenamento. Ti lascerò il tempo di orientarti, di decidere se questo sport ti piace, di maturare.

    Giochi partente? Sei (credibilmente) ambiziosa?

    I tuoi errori saranno meno perdonabili, non saltare un allenamento, non distrarti quando parlo, stringi i denti se una giornata va storta.

    Nel primo caso, la panca va “addolcita”, e fai giocare sempre più spesso, in tutte le occasioni adatte alle condizioni della giocatrice. Organizzi amichevoli se il campionato non dà abbastanza occasioni. dai sopazio nelle partite meno drammatiche, in quelle dove è meno facile che avversario, allenatore e pubblico siano tesi. Non passi qualche inning in panca perché non sei brava, ma perché non sei ancora pronta per questo livello di gioco, o questo avversario.

    Nel secondo caso, la panca può diventare “affilata”: arriva il momento in cui puoi dire: “un’altra volta che non guardi i segnali e vai out al volo su segnale di rubata, fregando una compagna, e ti metto in panca”. E’ un riconoscimento di responsabilità. “Sei capace, ti stimo, sii all’altezza”.

    Ma proprio per questo:

    Ragazza, sei sicura che vuoi passare subito dal gruppo A al gruppo B?

    [sto ultrasemplificando, ci sono dieci sfumature intermedie, e c’è anche chi va al contrario SPINTO a rischiare di più, perché ha talento e dedizione ma è frenato da remore che una mano testa può far superare].

    Oppure lasciamo che sia l’ambizione della zia ex-giocatrice a scaraventarti prematuramente fra le partenti? A metterti sotto una pressione che non puoi oggettivamente reggere?

    Mammà ti vuole a tutti i costi interbase, ma io so che tremi ogni volta che battono una linea verso di te?

    Preferisco essere io a valutare chi è cosa, chi si situa dove, a quale livello.

    L’importante è

    1) dirlo, essere chiari e condividere valutazioni e piani [segue: rivolta dei genitori, le cui figlie sono tutti fenomeni a prescindere – con l’occasionale eccezione di quello che invece pensa che la figlia sia un’impedita – sono due sindromi che non si escludono a vicenda. Esistono casi in cui babbo pensa che la figlia sia imbranata, e dice all’allenatore di “stangarla così si sveglia”. Per cui mi dice di farla giocare interbase perché pensa che sia una schiappa. Poi si stupiscono se la poverina schioda…]

    2) essere coerenti.

    Non puoi strillare a Giovannina che prende un K guardato, se le hai permesso di “prendersi il suo tempo” con allenamenti e lavoro.

    Ma se questa è la situazione (provvisoria) di Giovannina, non puoi nemmeno imporre alle compagne di guardare quella stessa Giovannina che tiene la mazza in tasca per dieci inning consecutivi.

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