Lottare per la vita: dove si impara?

Perché in pochi giorni ho parlato di Lou Gehrig e della sua SLA, e oggi di Niccolò e del suo cancro (al di là del concreto e urgente appello a trovare risorse per aiutarlo)?

Siamo sportivi, siamo gente sana e in forma, perché fissarci sulla malattia invece di “pensare positivo”?

Facciamo forse anche noi “internet del lamento e della lacrima” per attirare l’attenzione?

No.

Il motivo è che una delle cose a cui “serve” lo sport, una delle cose che lo rendono “utile”, e non solo un grandissimo piacere e divertimento fine a se stesso,

sono le lezioni che lo sport impartisce proprio in merito al dolore, alla fatica, alla stanchezza, e, appunto, alla malattia.

Lo sport è spesso il primo ambito in cui a un bambino/ragazzo/a capita – magari solo per uno stiramento – di rendersi conto che non siamo macchine, che esiste un’imprevedibilità e una vulnerabilità del nostro corpo,

che esistono processi vitali lunghi per rimediare a un danno (la settimana in cui non puoi giocare perché “fa male la gamba”),

e che questi processi però FINISCONO,

e finiscono dopo un interludio ATTIVO, OPEROSO (le cure, la riabilitazione, gli esercizi per riprendere dopo la sosta).

Che la vita ricomincia.

Non ogni dolore indica una malattia,

(quale allenatore non sa che una delle cose più importanti che insegnamo ai piccoli è la differenza frra “è sgradevole”, “sono stanco” e “mi fa male”?)

ci sono fastidi che non sono dolori,

e che il dolore NON indica una “diminuzione” di ciò che io sono.

Si LOTTA da malati quanto si LOTTA da sani.

Chi sa lottare da sano, sa lottare contro la malattia, contro la morte, e questo riguarda TUTTI (come spiegare altrimenti il groppo alla gola che viene ogni volta che ascoltiamo Lou Gehrig guardare in faccia la malattia e buttare sull’altro piatto della bilancia il divertimento, e uscirne vincitore?).

E infine, appunto:

abbiamo tutti, in quanto esseri umani mortali, una gara da correre, una lotta da combattere, che comincia il giorno della nascita.

Sappiamo già che alla fine la perderemo: a 100 anni, speriamo, meglio ancora se a 110, ma non batteremo sempre .1000. Prima o poi la curva arriva.

E allora, cosa significa “competere”, “lottare”, “gareggiare”, “darci dentro”, “fare il meglio che possiamo”, “soffrire per poi vincere”,

se non PADRONEGGIARE questa sfida?

Sono discorsi da fare a una ragazzina di dieci anni mentre la alleniamo?

Dirle che si sta allenando a combattere un tumore? Che un domani partorirà, e che in quel momento le verrà utile saper stringere i denti? Che dopodomani suo figlio avrà la febbre a 40, e lei sarà calma e razionale e saprà seguire con lucidtà i tempi di somministrazione delle medicine, del riposo, e aiutarlo a star bene?

No, figurati… che cupezza…

Che si diverta e basta!

Ma il sudore che le facciamo versare, la sensazione di lasciarci le penne, di non farcela più,

e la sensazione poi invece di AVERCELA FATTA, di aver vinto la fatica,

hanno anche – diciamocelo fra noi – questo scopo.

COMPETERE significa anche VIVERE, e saper lottare per vivere.

Nessun commento ancora... lascia il tuo commento per primo!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: