La mano a coltello del sergente Giovannino

Lezione in terza elementare. Prime lezioni del corso.

Diversi bambini, come al solito, invece di pensare a giocare strigliano i compagni per ogni errore o esitazione, alzando la voce e facendo la “mano a coltello”.

Fermato la lezione, chiesto il permesso alla maestra e spiegato, pacatamente ma graficamente, da dove viene quel gesto, cosa significa, che tipo di persone la usa. Abbastanza graficamente da renderlo ripugnante.

Chiarisco in modo molto efficace che non c’entra nulla con scuola, gioco, sport e bambini.

Difficile che rifacciano il gesto.

E così almeno uno, di questi atteggiamenti che imparano dal calcio televisivo, ce lo siamo tolti dai piedi.

In due classi, 35 bambini, per adesso.

Un passettino alla volta.

Altro che “giornata di sensibilizzazione contro il bullismo”.

Non esiste “il bullismo”, astratto, ideologico. Esistono gesti, atti, concreti da bullo.

Prova a sanzionare quelli “senza se e senza ma”. Falli muovere e agire diversamente da un bullo. Dagli un’alternativa, altri gesti.

E qual è l’ora migliore, se non quella di educazione fisica? Quella in cui pensano ai gesti che fanno, alla forza, alla competizione?

 

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