Cattiveria in un’amichevole

Ieri durante una partita amichevole fra due squadre della nostra stessa società (giocata subito dopo due partite contro un avversario “esterno” impegnativo), è accaduto un episodio che sul momento mi ha irritato, mi è sembrato, per una reazione istintiva a un atteggiamento che non mi sembrava “agonistico”.

Poi ci ho ragionato a mente fredda e mi sono reso conto che il tema non era così banale. Vale la pena ragionarci un attimo.

Un battitore della squadra “blu” mette la palla per terra in diamante, un interno della squadra “rossa” la lascia passare senza aggredirla con decisione.

A un commento dell’allenatore, la risposta è: “ma tanto è della nostra squadra, vinciamo comunque noi”.

A prescindere dal fatto che magari come allenatore non mi piace tantissimo ricevere una risposta pronta e “furba”, e preferirei un “sì, la prossima volta sto più attenta a prendere la palla”,

mi sono chiesto perché la risposta mi fosse sembrata così fuori luogo.

E’ vero, era un’amichevole per tenerci in forma e imparare. Fra ragazzini. Fra compagni di squadra.

E allora?

E allora.

“Allora”, ho una domanda.

Cosa motiva la “cattiveria” (in senso sportivo), la determinazione, l’aggressività verso la palla, in una partita?

Cosa motiva la voglia di vincere?

Il fatto che l’avversario sia un estraneo, un non-amico, “non uno di noi”?

La necessità di “far vincere la nostra città” contro “loro”?

Spero proprio di no.

Ecco il punto.

Ecco cosa “non mi era piaciuto”, fra le righe.

L’aggressività, la determinazione, la voglia di vincere, la voglia di far bene, la voglia di dare il massimo, in un gioco sportivo,

non solo non sono rivolte contro la persona dell’avversario,

non solo prescindono dal fatto che lui/lei sia, nella vita quotidiana, un amico, un concittadino, una compagna di scuola, o la persona più antipatica della Terra,

ma sono POSSIBILI e LEGITTIME solo se ne prescindono completamente.

Attacco la palla perché la palla è un simbolo della Realtà che voglio affrontare (in campo e fuori).

Perché va veloce e rimbalza in modo strano.

Perché mi costringe a usare mente e corpo, cervello e muscoli, in modo estremo, attento, faticoso, abile, coordinato, veloce.

La somma delle mie sensazioni quando attacco la palla è certamente un atteggiamento aggressivo, di forza, di determinazione.

Ma non è aggressivo contro l’essere umano che mi ha battuto contro quella palla.

L’avversario è soltanto “un altro me”, un mio pari, uguale, con la mia stessa passione, i miei stessi attrezzi, una divisa simile alla mia, gesti simili ai miei, e quindi FONDAMENTALMENTE, SOSTANZIALMENTE MIO SIMILE, MIO AMICO,

che giocando contro di me mi offre l’occasione di accettare quella sfida dalla palla, di misurarmi, di migliorarmi, di trionfare, di sentirmi forte e abile nel mio controllo del gioco.

Questo non cambia, che la palla me la batta un compagno di squadra o un giocatore della squadra avversaria più “rivale”, ma perfino più “maleducata”.

La mia sfida non cambia.

E non è contro di lui/lei.

E il problema allora è che:

se però la mia sfida, la mia determinazione, la mia “cattiveria”, non scattano quando vedo la palla,

se una palla battuta da un amico o in allenamento può passare senza emozionarmi, senza innescare la mia reazione,

allora quelle emozioni non sono istigate dalla sfida che mi viene posta dalla realtà,

ma sono ispirate dall’identità dell’avversario.

Allora, non sto giocando a softball, o basket, o calcio,

ma a “juvemmmerda”. Passatemi il termine, non proprio elegantissimo ma che indica con molta chiarezza l’atteggiamento del tifoso da stadio, non dello sportivo vincente.

Qui passa tutta la differenza fra sport praticato e sport guardato,

fra passione agonistica e tifo da stadio.

Chi guarda passivamente lo sport NON HA IDEA delle sensazioni e delle emozioni, dei meccanismi fisici e mentali che si attivano quando il lanciatore mi tira contro, quando una battuta decisiva per la partita viene proprio addosso a me.

Non ha idea della “competizione con me stesso” che avviene in quel momento.

Tutto quel che vede, è la competizione fra due colori, due bandiere.
Ma questo è esattamente il punto.

La competizione fra due colori, fra due divise, fra due bandiere…

… è assolutamente marginale.

E’ un pretesto.

Un’occasione per giocare.

E del resto, la rivalità con il battitore che mi ha messo in difficoltà potrà essere rovesciata fra una settimana o un anno quando giocheremo insieme in una selezione nazionale.

O vogliamo pensare che quando saremo entrambe con la maglia della Nazionale, durerà ancora una rivalità PIU’ IMPORTANTE del gusto di giocare bene contro un altro ordine di avversario?

Sarebbero brutte notizie per la mia squadra…

L’aggressività “quando non importa”, quando “giochiamo fra amici”,

è il segnale del fatto che gioco per giocare, gioco per dare il meglio, che la mia mente è al 100% sul gioco, sulla tecnica, sulla tattica,

e allo ZERO percento sulla rivalità etnica, di campanile, personale.

Più aggressivo sono in una partita “che conta poco”, più SANA è la mia aggressività.

Se per “caricarmi” serve l’urlo della folla fanatica, la gelosia, l’incazzatura verso un genitore maleducato sulle tribune della squadra avversaria…

… ho un problema da superare per diventare un grande giocatore.

C’è un buon motivo, se il mio allenatore è perplesso.

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