Mental coach?

C’è chi fa una carriera sportiva, piglia una o due lauree, fa una carriera professionale in buona parte nell’ambito della ricerca teorica (dopo aver sperimentato robuste dosi della più cruda delle realtà),

e va in giro a dire che tutto sommato la parte più difficile del mestiere di allenatore è… alzare palline.

Metterle nel punto giusto perché le mani e gli occhi dell’atleta inizino un lavoro che richiederà un adattamento integrato. Capire quante, quando, come e perfino se. Proporre piccoli pezzetti di realtà, e lasciare che un sistema più complesso di quanto i più immaginino lavori intorno a quegli umili, pazienti segnali.

E poi c’è chi gioca due anni, fatica a ricordare cinque libri letti nel corso della vita, per tutta la vita cerca di usare il cervello il meno possibile…

… ma dopo che gli hanno sfilato 800 euro per tre week-end di corso,

diventa “mental coach” e cerca “immediata soddisfazione economica” andando a infilare un cacciavite o una pinza nella “mente” altrui. Una mente della quale conosce lo 0.000001%

Ma un bel corso di herbalife, no? Un’agenzia vodafone? Vendere polizze vita? Ma anche il furto e la prostituzione hanno una certa loro antica dignitá.

No, eh… troppa fatica. Meglio un power point e via a spacciare cazzate.

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