Soldi, medaglie e falsari

E’ semplice, è molto semplice. E’ terribilmente semplice.

In origine la medaglia sportiva era una MONETA (e di un tipo particolare: non la moneta del salario, ma una moneta votiva – la moneta che non solo paga un lavoro, ma “paga” il “lavoro” molto particolare del sacerdote).

E una moneta rappresenta un lavoro che ho compiuto, una ricchezza o un bene che ho creato.

Ho aggiunto qualcosa al Mondo (una casa, un piatto di pasta, un’ora di lezione),

e altri che apprezzano quel che ho fatto e lo desiderano mi danno una moneta in cambio di un po’ di quei beni.

Per avere una moneta da darmi, però, devono a loro volta aver fatto qualcosa di buono, di bello, di utile.

La moneta è solo il SEGNO convenzionale di un lavoro produttivo ben fatto, e dello scambio FRA PARI di cose ben fatte.

Creare una moneta falsa non crea quelle opere. Crea un segno vuoto.

Comprarsi una medaglia significa essere un falsario.

Significa essere molto solo. Non avere nessun con cui scambiare cose difficili e belle.

Significa millantare un lavoro e una ricchezza che non esistono.

Cosa c’è di più squallido e povero del bauscia che spende e spande soldi che non ha, che ha rubato o che ha preso in prestito sapendo che non li restituirà? Chi c’è di più nervoso e insicuro di sé del truffatore che si finge ricco?

Andare in un supermercato e comprararsi una medaglia è un gesto di disperazione e cattiveria.

Comprarne 10 e distribuirle a amici parenti o clienti è un gesto di cattiva leadership, di ambizione politica servile.

Significa illudere persone di essere capaci, blandirle, lusingarle, solo per farsi ammirare.

Regalare una falsa medaglia a un bambino, regalare medaglie a pioggia in giochi non competitivi,

significa degradare il gioco,

significa degradare il lavoro,

significa creare dei giovani falsari,

significa minare la loro autostima (non sono stupidi: sanno di non aver meritato la medaglia. La loro capacità di autoinganno non è perversa come quella degli adulti),

aumentare la loro insicurezza,

seminare sfiducia negli adulti.

Non distribuiamo medaglie di cartone.

Fermiamoci all’oro, all’argento, al bronzo.

Restituiamo a una medaglia il suo valore, rendiamola difficile da raggiungere, desiderabile.

Perché così, anche solo la consapevolezza di averla avvicinata diventerà prezioso, bello, una ricchezza che durerà a lungo.

Ai bambini che partecipano a un evento non competitivo, o a quelli che gareggiano e perdono, distribuiamo panini con la marmellata. Sorrisi. 

O lasciamoli semplicemente con il ricordo e il premio di una bella giornata di sole e di sudore e di grida e di salti.

Non prendiamoli per i fondelli: arriverà il momento in cui ce ne rimprovereranno le conseguenze.

In cui ci chiederanno: “cosa mi hai fatto? Perché mi sento incapace? Perché non mi sento pronto? Perché ogni difficoltà di annienta prima ancora di provare a affrontarla?”

 

 

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